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Il sitting volley non divide, fa incontrare. Verso le Paralimpiadi

Nel 2019 l’Italia del sitting volley femminile si è qualificata per le Paralimpiadi di Tokio 2020. Qui quattro atlete della nazionale, Giulia Aringhieri – che è anche testimonial AISM -, Giulia Bellandi, Silvia Biasi e Roberta Petrelli, raccontano cosa rappresenta nella loro vita il sitting volley e come sta scrivendo una storia nuova per l’Italia e per ciascuno di noi.

22/01/2020

«Noi del sitting volley siamo state la prima squadra italiana a qualificarci per una Paralimpiade. Una conquista storica. Ma ogni conquista è comunque una crescita, da cui subito siamo ripartite per il raggiungimento di un nuovo obiettivo, grande, qual è quello di fare bene a Tokio quest’estate, di lasciare il segno e conquistare un altro pezzetto di storia». Giulia Aringhieri (Dream Volley Pisa)è una delle atlete di punta della nazionale italiana di sitting volley che, arrivando seconda agli europei 2019 di Budapest ha conquistato il pass per le Paralimpiadi 2020. L’abbiamo incontrata insieme alle compagne di nazionale Giulia Bellandi (anche lei della Dream Volley Pisa), Silvia Biasi (Volley Codognè) e Roberta Pedrelli (Volley Club Cesena).

 

“In volo” oltre la rete, come un pallone vincente scagliato con convinzione, tra un 2019 ‘storico’, con la prima medaglia europea e la qualificazione olimpica, e un 2020 che le porterà in volo alle Paralimpiadi di Tokio, per le nostre pallavoliste è centrale il valore della “conquista”, intesa come percorso costante capace di riscrivere la storia. E “conquista” per loro, come donne e come atlete, è sempre accompagnata da un’altra parola decisiva, che è “insieme”: Quando agli ultimi Europei abbiamo battuto la Germania e sapevamo così di esserci qualificate per Tokio – racconta Giulia Bellandi -, guardavo ognuna delle mie compagne negli occhi: chi piangeva, chi rideva, chi si buttava a terra… una vittoria del genere non avrebbe avuto lo stesso senso, se ottenuta da sola. Ci è capitato tante volte di gioire insieme, soffrire insieme, discutere, confrontarci, sorridere, piangere. Tutta la gamma delle emozioni che potevo provare le ho provate con loro, tutte insieme. Sono convinta che vincere e gioire da sola non è come farlo insieme».

 

Anche per questa sinergia unica di forze e di emozioni, probabilmente, la nazionale di sitting volley femminile è stata la prima squadra italiana a qualificarsi per le Paralimpiadi, dopo un percorso di crescita costante. Un percorso che ha un segreto, come confida con convinzione Silvia Biasi: «a colorare la parola ‘insieme’ tra di noi c’è sempre la questione della ‘fiducia’, altra dimensione essenziale. Nella pallavolo è necessario avere fiducia sempre nelle proprie compagne: devi avere la sicurezza che se sbagli, se un passaggio non è preciso, se un tocco va fuori campo, la squadra ti sostiene comunque e l’errore non lo fa diventare un macigno che ci si porta dietro per tutta la partita. Questa per me è sempre stata una stella polare e non smetto di indicarla anche alle ragazzine di sitting volley che alleno nel mio club».

 

Come sempre, nello sport autentico c’è condivisione e competizione, attenzione all’altro ma anche voglia di vittoria. Si accetta la sconfitta, quando arriva, ma all’inizio si entra sempre in campo per vincere e competere ci rende forti e liberi: « Io –dice Giulia Bellandi con il gusto di essere provocatoria - quando gioco sono ‘stronza’ adesso come quando giocavo a pallavolo prima dell’incidente. Gioco sulla difficoltà della mia avversaria come lei gioca cercando di sfruttare la mia. Ad armi pari. Ma proprio questo sport, così vero, adrenalinico, competitivo, ha reso tante di noi molto più libere di prima. Certo, ancora oggi, non andrei mai in centro città alla sera senza la protesi. A nessuna di noi piace essere scrutata e osservata, puntata dall’attenzione altrui, squadrata con compassione più o meno autentica. Questa non è una società che davvero ti permette sempre di essere te stessa con libertà. Ma giocando».

 

Questa è la vita, a ben vedere. E la vita è nello sport ma è anche più grande dello sport, arriva prima e va oltre: «Nel 2012 ho incontrato la malattia, un sarcoma … - confida Roberta Pedrelli, con la voce che un po’ si incrina e gli occhi che si fanno lucidi - … mi sono ammalata subito dopo il parto. Ho avuto la mia meravigliosa bimba e un mese dopo sono iniziati alcuni fino a quando mi hanno diagnosticato questo tumore. Ho cercato di curarlo, con terapie e interventi, fino a quando si è arrivati a settembre 2016 e mi hanno detto: “o la vita o la gamba” e ho detto: “la gamba” (sorride, mentre un po’ continua a parlare piangendo). Era una cosa che avevo già metabolizzato, me la sentivo che sarebbe andata a finire così».

 

La vita è sempre preziosa, viene prima di tutto.

«Mi sono fatta forza, ho cercato subito di fare una protesi – continua Roberta - sono andata al Centro protesi di Bologna. E lì ho incontrato persone del Comitato Italiano Paralimpico che hanno chiesto anche a me se praticavo sport prima dell’amputazione e se avevo voglia in futuro di fare sport. Il sitting volley per me è proprio una valvola di sfogo; quando gioco sto bene, mi scarico, sto bene proprio. Mi ha subito colpito questo pensiero: “mi siedo a terra e mi sento normale”. A terra, insieme, siamo tutti normali, chi ha le gambe e chi usa una protesi».

Come Roberta ognuna di loro viene da una storia “impegnativa”: «Io – racconta con naturalezza Silvia – ho una protesi al braccio perché da piccola ho messo la mano in un macchinario agricolo. Io – aggiunge Giulia Bellandi – ho perso la gamba dopo un incidente in motorino». E Giulia Aringhieri (vedi sotto) gioca la sua partita con la sclerosi multipla da quando aveva 21 anni.

 

Il sitting volley è così una strada di libertà, che permette sempre, da qualsiasi storia si arrivi, di misurarsi con gli altri a parità di condizioni. E non è solo un modo di dire, ma una pratica appassionante, un seme di società realmente inclusiva: « Questa disciplina – spiega ancora Giulia Bellandi - ha un aspetto speciale: se in nazionale dobbiamo avere tutte una disabilità, nei club questo sport unisce persone con e senza disabilità. Oltre al campionato italiano, alla coppa Italia e alla supercoppa, ci sono anche tornei misti, cioè con maschi e femmine, normodotati e non normodotati. Ogni squadra deve avere un numero minimo di persone con disabilità “classificata” e poi gioca chi vuole. Quest’anno per esempio, al torneo Rotary sono arrivate una ventina di squadre miste, di tutta Italia».

 

E questo è un messaggio forte per l’intera società, aggiunge Silvia:  «Questo sport unisce persone con e senza disabilità, e si è tutti sullo stesso piano. Quando ho gli allenamenti con la mia squadra a Codognè, prima ci sono i gruppi di ragazzine, ogni tanto entrano in spogliatoio e si chiedono: “ma questi fanno tutti sitting? Sono tutti ‘normali’ e nessuno ha problemi a parte la Silvia” (ride). Lo dicono anche con innocenza, sono piccole ragazze. Ma questo è ciò che si vede ed è forte: aiuta anche all’interno della società a vedere le persone anche diverse che possono ‘competere’ tutte allo stesso modo».

Sembra un paradosso, ma non lo è: la rete del sitting volley, come ogni confine, non divide, non separa, ma fa incontrare e così permette a ognuno libero di essere se stesso fino in fondo nel confronto con l’altra persona, di qua e di là dalla rete.

 

«Prima diverse di noi erano completamente chiuse nel proprio paesino, limitate. Invece ora incontriamo persone, squadre, nazioni di tutto il mondo, in posti, tornei e campionati dove siamo tutte uguali nel nostro essere diverse. E allora ti puoi permettere di essere te stessa, senza la protesi, senza barriere. A tante di noi il sitting ha portato apertura, aria fresca: siamo passiate dal non farci fare neppure una foto, a postare la propria immagine in partita, fare interviste, uscire allo scoperto e mettersi in gioco, che è un passo verso la completa libertà».

Il tempo è volato, le nostre atlete devono prepararsi per l’allenamento. Non prima di avere mandato a tutti noi il loro saluto e il loro invito: «Ci vediamo a Tokio!».

 


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Giulia Aringhieri, una vita oltre la “rete” della sclerosi multipla

32 anni, laureata in scienze infermieristiche, Giulia è anche testimonial di AISM: ha la sclerosi multipla da quando aveva 21 anni; è sposata dal settembre 2014 con il tenore Marco Voleri, anche lui testimonial di AISM. Con Marco Giulia condivide anche l’impegno nell’associazione “Sintomi di felicità”, nata per raccontare  l’esperienza della malattia e offrire a tutti uno stimolo di riscatto e prospettiva nuova con cui: trasformare la debolezza della malattia in pensiero positivo e forza di reagire. Dal 2015  Giulia è mamma di Andrea. Gioca nella” Dream Volley Pisa”, che nel 2019 si è laureata campione d’Italia di sitting volley per il terzo anno consecutivo.

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