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Riabilitazione robotica per recuperare la funzionalità degli arti superiori

Congresso FISM 2018

Uno studio presentato al Congresso FISM mostra come un trattamento intensivo robot-assistito aiuti non solo a recuperare la funzione degli arti superiori ma anche a migliorarne il loro utilizzo nelle attività quotidiane

 

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Il cervello è un organo plastico, capace di adattarsi alle condizioni che cambiano. Grazie a quella che viene chiamata plasticità neuronale può per esempio cercare di recuperare gli effetti della sclerosi multipla, caratterizzata proprio da un danno mielinico a livello del sistema nervoso centrale. Ma questa proprietà del cervello non è suffciente di per sé. La ricerca scientifica fornisce oggi alcuni indizi su come sostenere la plasticità del sistema nervoso con l'utilizzo di device robotici nei trattamenti riabilitativi.

 

Uno studio condotto presso il Centro di Ricerca in Riabilitazione Neuromotoria e Cognitivia dell'Università degli Studi di Verona, presentato dal dott. Nicola Smania durante il Congresso FISM, mostra come i device robotici portino a un maggior utilizzo degli arti superiori compromessi rispetto agli strumenti tradizionali.

 

La ricerca è stata condotta su un totale di 44 persone, nelle quali è stata confrontata l'efficacia di un training robot-assistito con un training tradizionale nel migliorare l'utilizzo degli arti superiori. Nel gruppo sperimentale i pazienti hanno allenato le proprie abilità grazie alla piattaforma Amadeo, un sistema robotico e computazionale per la riabilitazione delle dita e della mano. «Analizzando i risultati provenienti dai due rami di trattamento abbiamo osservato che entrambi gli approcci, quello robotico e quello tradizionale, portano a un miglioramento delle performance dell'arto superiore, in termini di funzionalità – ha raccontato Smania – ma il trattamento robotico ha anche altri effetti che non abbiamo osservato con quelli tradizionali: aumenta l'utilizzo dell'arto nella vita di tutti i giorni, un processo che contrasta la plasticità maladattativa».

Come il trattamento robotico migliori l'utilizzo dell'arto non è chiaro. Per ora i ricercatori hanno però avanzato qualche ipotesi: «Le valutazioni che abbiamo eseguito con la poli-elettromiografia sui muscoli degli arti hanno mostrato che alcuni di quelli impiegati nei gesti che si compiono per afferrare e spostare gli oggetti funzionano meglio in seguito al trattamento robotico», ha spiegato Smania. Si tratta però solo di un'ipotesi, ha ribadito il ricercatore, proseguendo a illustrare gli scenari aperti dal lavoro presentato al congresso: «Abbiamo dimostrato che la poli-elettromiografia è un metodo che potrebbe essere utilizzato per valutare la performance degli arti superiori nelle persone con disabilità, prima e dopo un trattamento, non solo robotico, ma dopo questo studio potremmo anche cercare di capire se diversi tipi di disfunzioni, motorie, sensoriali o cognitive, possono condizionare il danno delle performance e l'uso degli arti superiori».

 

I benefici del trattamento robot-assistito inoltre, ha mostrato Smania durante la sua presentazione, potrebbero richiedere meno assistenza da parte del fisioterapista. Ma sarebbero auspicabili studi di costo/efficacia per studiare a fondo la loro reale applicabilità.

 

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