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Staminali nella sclerosi multipla: lo studio internazionale MESEMS arriva a quota 60

06/03/2014

Antonio Uccelli

Nella foto: Antonio Uccelli, ricercatore dell'Università di Genova e coordinatore dello studio MESEMS

 

Tante sono le persone arruolate nella ricerca che coinvogle Italia, Regno Unito, Danimarca, Spagna e Svezia, Canada, Australia e Francia. Gli esami condotto fino ad ora sembrano confermare la sicurezza del trattamento

Lo studio internazionale MESEMS, che sperimenta per la prima volta una possibile terapia con cellule staminali nella sclerosi multipla, è arrivato ad arruolare 60 pazienti in diverse nazioni. Abbiamo chiesto ad Antonio Uccelli, ricercatore dell'Università di Genova - Dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica e coordinatore del Progetto MESEMS - cofinanziato da AISM e la sua Fondazione, di spiegarci cosa significhi il primo traguardo, parziale ma decisamente promettente, raggiunto in questi giorni dallo studio.

 

Nella scienza, numeri ed emozioni vanno insieme: cosa vuol dire dunque che ora sono 61 i pazienti arruolati nella ricerca?
«Vuol dire che lo studio procede al meglio, soprattutto in Italia, dove sono state già arruolate 26 delle 30 persone previste. Altre 13 sono state ingaggiate nel Regno Unito e altrettante in Danimarca, 7 in Spagna, 2 in Svezia. Mancano all’appello Canada, Australia e Francia. I primi due paesi dovrebbero iniziare lo studio entro due o tre mesi. E anche questa è una buona notizia».

 

Gli arruolati sono già stati tutti trattati? Qualcuno ha già concluso l’anno previsto dalla prima infusione?
«Circa 40 persone hanno già ricevuto la prima infusione e 2 hanno concluso l’anno. Circa 25 hanno superato i primi 6 mesi e dunque, con la prima o con la seconda iniezione, hanno già ricevuto il trattamento con staminali».

 

Come stanno?
«Stanno tutti bene, possiamo dire. E questo è il messaggio più incoraggiante: se non si sono verificati eventi avversi significativi vuol dire che, a questo passaggio già significativo, il trattamento sembra confermare la propria sicurezza».

 

Facciamo un passo indietro: ci spiega brevemente cosa è MESEMS e come viene realizzato?
«È un trial internazionale di fase 2, in doppio cieco e multicentrico, che prevede l’infusione di cellule staminali mesenchimali in persone con sclerosi multipla. Ogni partecipante riceverà due infusioni a distanza di sei mesi l’una dall’altra: una volta verranno infuse le staminali, l’altra iniezione sarà di placebo. Essendo uno studio in doppio cieco, né il medico né il paziente sanno quando viene infuso placebo o quando si tratta di cellule staminali. Per ogni persona partecipante, dunque, lo studio prevede un’osservazione che dura un anno».

 

Da dove parte e dove vuole arrivare lo studio?
«Si basa sull’esperienza preclinica che ci fa supporre che le cellule staminali mesenchimali possano avere una duplice funzione nella terapia della SM. Il primo obiettivo dello studio è verificare ora sull’uomo se le staminali mesenchimali siano in grado spegnere il processo infiammatorio, l’auto autoaggressione delle cellule immunitarie contro la struttura del sistema nervoso centrale. Dall’altra parte valuteremo se le staminali mesenchimali possano rilasciare fattori che comportino la sopravvivenza e la riparazione del tessuto nervoso danneggiato dalla malattia».

 

Quante persone in totale intendete sottoporre alla ricerca?
«Prevediamo di trattare 160 persone con SM a ricadute e remissioni. Anche le persone con forma primariamente o secondariamente progressiva possono essere incluse, purché nell’ultimo anno abbiano avuto una regressione non controllata dai farmaci e mostrato alla risonanza magnetica segnali di attività della malattia».

 

Lei non fai solo ricerca: ogni giorno incontra in ambulatorio persone con SM che chiedono di essere curate bene. C’è un messaggio particolare per loro, ora che MESEMS ha superato “quota 60” e procede senza intoppi?
«Vuol dire che le persone possono fidarsi della serietà, dell’eticità e del rigore scientifico, che funzionano e sono efficaci anche quando la ricerca ha un impatto emotivo altissimo e va a toccare ambiti incandescenti come la voglia di vivere di chi non sa perché ha una certa malattia e come potrà guarirne. Vuol dire che solo un metodo rigoroso, a partire dalla fase di preparazione delle staminali da infondere, garantisce la sicurezza di chi partecipa allo studio e, ancora di più, la sicurezza di tutti coloro che beneficeranno dei risultati della ricerca».

 

E se alla fine dello studio il trattamento si rivelasse inefficace?
«Proprio per il rigore cui non si viene mai meno, ci sarà un beneficio per tutti anche nel caso in cui lo studio rivelasse che questo trattamento non comporti benefici reali sui pazienti. Daremmo comunque un’informazione rilevante per le persone che aspettano, vogliono e desiderano risposte. Senza questo approccio scientifico il risultato, positivo o negativo, sarebbe condannato a restare aneddotico, costruito su quello che un singolo vede o dichiara di percepire in un certo giorno e magari non in un altro, e alla fine sarebbe del tutto inattendibile per poter diventare o non diventare una cura. Se, come ci auguriamo, dimostreremo che il trattamento oltre che sicuro risulterà anche efficace, le nostre conclusioni potranno essere valide proprio perché ottenute con rigore, trasparenti e riproducibili. E potranno dare il via a ricerche su numeri più ampi di persone, verso la messa a punto di un trattamento da mettere a disposizione di tutte le persone che potranno trarne benefici reali».

Giuseppe Gazzola



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