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Sclerosi multipla e metalli pesanti

 

In letteratura sono presenti numerosi lavori riguardanti l’accumulo di metalli pesanti nei modelli animali e/o cellulari di sclerosi multipla o nelle persone con sclerosi multipla. I risultati di questi studi sono spesso non conclusivi o contradditori. Tali conclusioni derivano principalmente da tre fattori:

 

1) gli studi di associazione richiedono numeri molto grandi di soggetti per dimostrare con certezza il nesso di causalità (o casualità) tra un fattore ambientale e lo sviluppo (o progressione) della malattia;

2) alcuni stili di vita che possono agire come fattori confondenti (per esempio il fumo di sigaretta è associato a una maggiore assunzione di metalli pesanti);

3) scarsa omogeneità nella misurazione dei metalli stessi nel sangue o nei liquidi biologici (strumenti diversi e tecniche diverse).

 

Con tali premesse, nella sclerosi multipla i composti che hanno maggiormente  attirato l’attenzione sono: mercurio (Hg), piombo (Pb) e arsenico (As).

 

Mercurio:  presente, per esempio, in alcuni composti che venivano utilizzati in ambito odontoiatrico, secondo alcuni studi sarebbe connesso  all’insorgenza di varie malattie autoimmuni e potrebbe essere correlato a danno del DNA, dei mitocondri e delle membrane  cellulare. Alcuni modelli animali sembrerebbero supportare il ruolo del mercurio nella progressione della sclerosi multipla, tramite meccanismi che indurrebbero un danno mitocondriale. Ampi studi di confronto su popolazioni di persone con  sclerosi multipla o da sindrome demielinizzante clinicamente isolata (CIS) non hanno però confermato tale associazione.

 

Piombo:  alcuni studi sembrano identificare nel piombo un “fattore di rischio” per lo sviluppo della sclerosi multipla, soprattutto per la capacità di questo elemento di rimanere nel organismo per molto tempo. I risultati degli studi condotti non sono stati  conclusivi nello stabilire questo ruolo e non sono stati confermati da altri autori.

 

Arsenico: anche in questo caso i dati sperimentali su popolazioni di persone con SM non hanno però chiarito il ruolo di questo composto e non permettono di trarre conclusioni definitive.

 

Altri elementi studiati nell’ambito della malattia sono sicuramente il rame (Cu), zinco (Zn) e il cadmio (cd).  La chelazione di rame sembrerebbe essere alla base di un modello sperimentale di sclerosi multipla e la sua carenza potrebbe  essere associato a rari casi di problematiche midollari. Mentre ill ruolo dello zinco sembrerebbe essere molto controverso (lo Zinco è assorbito con un meccanismo che coinvolge il Rame).

 

Il cadmio (Cd) è un composto che può essere trovato nel fumo di sigaretta e negli inquinanti ambientali, questo tende ad accumularsi nell’organismo e non sembrerebbe essere eliminato per molto tempo. Alcuni studi hanno identificato maggiori livelli di cadmio nelle persone con sclerosi multipla, mentre altri ricercatori non hanno confermato tali dati.

 

La terapia chelante si avvale dell'uso per via endovenosa di diverse sostanze tra cui l’acido etile diammino tetracetico (EDTA), scelti a seconda della necessità specifica del caso. Queste sostanze rimuovono i metalli attraverso un legame chimico specifico (chelazione) dai liquidi o tessuti con i quali viene a contatto. Alcuni metalli infatti come per esempio il piombo, il mercurio ed il cadmio, se i loro livelli nell’organismo eccedono la norma, risultano tossici e pertanto è utile rimuoverli. L'uso dell'EDTA è riconosciuto per il trattamento delle intossicazioni da digitale e nel trattamento dell’ipercalcemia  inoltre è  la terapia di elezione per l’intossicazione da metalli pesanti.

 

A partire dagli anni ‘50 la terapia chelante è stata proposta per il trattamento di diverse patologie come per esempio nel trattamento dell’arteriosclerosi, ove legherebbe il calcio.

 

Per quanto riguarda l’utilizzo delle terapie chelanti nella sclerosi multipla  al momento non vi sono studi clinici ben documentati o scientificamente corretti sul suo utilizzo come trattamento della SM. Nel 1985 un lavoro rumeno pubblicato sulla rivista Sante Publique (Bucur). (1985;28(1):3-30. Chelatotherapy in multiple sclerosis. Open preliminary study of a new therapeutical principle applied in multiple sclerosis-public health topic) aveva valutato l’utilità del trattamento con Rodilemid, composto costituito da diversi agenti chelanti, somministrato per via intramuscolare in persone con SM.  In particolare l’obiettivo di quella ricerca era valutare se il trattamento con Rodilemid potesse migliorare la conduzione nervosa (migliorando la penetrazione del calcio nelle cellule nervose) e se potesse avere un’azione antinfiammatoria a livello di linfociti e macrofagi. Lo studio aveva dato risultati incoraggianti sulle forme stabili e progressive di sclerosi multipla, ma tali dati non sono mai stati successivamente confermati. Più recentemente nel 2000  è stato pubblicato uno studio sull’uso della desferoxamina (un agente chelante il ferro) su un gruppo di 9 persone con sclerosi multipla, nonostante il farmaco sia stato molto ben tollerato, non sono stati identificati segni di efficacia clinica del prodotto.

 

Quando il trattamento chelante viene somministrato nei modi e con le dosi appropriate l’incidenza degli effetti collaterali è bassa. È frequente una sensazione di bruciore nella zona in cui viene iniettato il prodotto, altri effetti collaterali che si possono verificare sono la febbre, mal di testa, nausea, disturbi di stomaco, vomito, convulsioni, depressione del midollo osseo, calo della pressione sanguigna, aritmia cardiaca, arresto respiratorio, e ipocalcemia.


Nel settembre del 2009 Società Italiana Terapia Chelante, proprio in relazione a ciò, aveva pubblicato un comunicato in cui si evidenziano le seguenti parole.” L’interesse suscitato dalla pubblicazione sui siti Internet dei resoconti di alcuni pazienti sulla positiva evoluzione di alcuni casi di patologie neurodegenerative, in seguito al trattamento con Terapia Chelante, necessita di conferme scientifiche e non autorizza i pazienti a considerare tale terapia come “miracolistica”. I meccanismi patogenetici che sono alla base delle varie patologie neurodegenerative sono molteplici e possono differire da caso a caso…..”

Il dott. Allen C. Bowling, direttore medico del The Rocky Mountain Multiple Sclerosis Center (Colorado, America) che vanta da tempo un notevole esperienza nel campo delle terapie alternative e complementari, nel suo libro dedicato agli approcci alternativi alla sclerosi multipla del 2014, conclude il capitolo dedicato alle sostanze chelanti affermando che non ci sono studi clinici o scientifici ben documentati che abbiano indicato la terapia chelante come trattamento efficace della sclerosi multipla.

 

Il Comitato scientifico della Federazione Internazionale delle Associazioni Sclerosi Multipla analizzando il materiale pubblicato a disposizione afferma che l’utilizzo di sostanze chelanti come trattamento della SM non ha accettabili evidenze scientifiche per essere approvato.


Le persone con sclerosi multipla possono avere diversi problemi associati alla malattia di base ma anche indipendenti da essa, il trattamento con terapie chelanti possono essere utili e portare benefici per eventuali altri aspetti ma non come trattamento specifico  della SM.

 

Ultimo aggiornamento maggio 2019