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La ricerca rigorosa sulle cellule staminali produce risultati. Eccoli

25/05/2016

 

Di cellule staminali si fa un gran parlare, spesso suscitando false illusioni nei malati. Per questo è quanto mai importante che solo le ricerche rigorose vengano finanziate, e che solo i risultati validati e consistenti vengano comunicati al pubblico. Un impegno a cui FISM tiene fede da più di 10 anni, da quando cioè i ricercatori italiani, pionieri in questo campo, hanno cominciato a condurre i primi studi. Dal 2003 AISM e la sua Fondazione, infatti, hanno scommesso su quello che allora era un territorio ancora inesplorato, promuovendo e finanziando un importante progetto di ricerca sull’utilizzo delle cellule staminali nella sclerosi multipla. I tempi della ricerca scientifica di qualità sono lunghi, ma la scuola italiana di ricerca sull’applicazione delle cellule staminali nella SM è partita per tempo. E può annunciare dei risultati.

 

Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche: in Italia il maggior numero di casi europei
Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche[1] si sta delineando come una concreta possibilità terapeutica per le persone con una forma aggressiva recidivante-remittente di Sclerosi Multipla che non risponde ai trattamenti convenzionali. Non parliamo di “un'ultima spiaggia” né di una strada da tentare “alla disperata”, ma di un preciso protocollo che può portare a importanti successi terapeutici, come l'arresto della progressione della disabilità e la prevenzione delle ricadute, soprattutto se il trapianto viene effettuato nei primi anni della malattia.

 

I dati arrivano da una casistica ormai molto consistente: in Europa, i trapianti di cellule staminali ematopoietiche autologhe[2] in persone con SM hanno raggiunto quota 600, e altri 300 trapianti sono stati eseguiti negli USA. Il Centro Trapianti di Midollo Osseo dell'Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi (Firenze) è quello che ne ha effettuato il maggior numero (oltre 50) tra tutti i centri europei.

 

Le forme di SM che rispondono meglio al trapianto sono quelle remittenti-recidivanti con un'elevata attività infiammatoria. Per questi casi, i risultati ci dicono che la progressione della disabilità si arresta in circa l'80% di chi ha sviluppato la malattia da 3-5 anni: queste persone non vengono più sottoposte a terapia immunosoppressiva e ad oggi non hanno avuto ricadute. Nel 50% di questi 'pazienti ideali' è stata anche osservata una riduzione della disabilità.

 

Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, però, non può ancora essere considerato una terapia standard. Le indicazioni da seguire sono quelle Società Europea per i Trapianti di Midollo Osseo (European Society for Blood and Marrow Transplantation, EBMDT): attenersi alle linee guida garantisce alle persone con SM le migliori possibilità di cura e permette di comparare i risultati dei singoli centri, facendo avanzare la ricerca.

 

Il primo studio di fase II sulle cellule staminali mesenchimali è coordinato dall’Italia
Buone notizie arrivano anche dal fronte della sperimentazione delle cellule staminali mesenchimali[3]. Attualmente, infatti, è in corso MESEMS[4], l'unico studio di fase II internazionale condotto su un alto numero di persone con SM (185), che si concluderà nel 2016. A oggi ne sono state arruolate 120, di cui 30 in Italia.

 

Il primo obiettivo del trial è dimostrare la sicurezza del trapianto di queste cellule; il secondo è invece quello di cominciare a verificarne l'efficacia nell’uomo. Gli studi preclinici ci mostrano che le cellule staminali mesenchimali svolgono un'azione di immunomodulazione: sono cioè in grado di modulare la risposta autoimmune dell'organismo, spegnendo l'infiammazione che causa il danno neurologico. Altri dati preliminari indicano che potrebbero anche promuovere un'azione di protezione nei confronti delle cellule neuronali e, forse, stimolare una funzione neuro-riparativa da parte di altre cellule.

 

Si tratta quindi di un ecosistema complesso e “intelligente”, in cui le cellule staminali mesenchimali reagiscono agli stimoli dell'ambiente infiammato e rilasciano dei fattori trofici che, a loro volta, modificano il comportamento dei neuroni. Tutte queste informazioni indicano la necessità di intervenire quando il danno non è ancora irreversibile: quando cioè la malattia sta progredendo rapidamente e vi sono alti livelli di infiammazione, ma le strutture nervose non sono ancora degenerate.

 

Cellule staminali neurali: l’Italia in pole position
L'Italia è stata la prima a puntare sulle cellule staminali neurali per il trattamento della SM. Aprendo la strada a un’opzione che oggi è considerata una possibilità e su cui molti gruppi di studio in tutto il mondo stanno lavorando. Accanto alla ricerca per mettere a punto sistemi di produzione sicuri e standardizzati per questo tipo di cellule, necessari per poter pensare di condurre degli studi clinici sull’uomo, negli ultimi mesi è stato compiuto un ulteriore salto di qualità in questo campo. Con un network internazionale di cinque nazioni, coordinato dal Centro di ricerca del San Raffaele ci si propone di utilizzare le cellule staminali pluripotenti, indotte a partire dalle cellule della pelle delle persone con SM, per identificare molecole candidabili a diventare in futuro terapie con la stessa ruolo protettivo rispetto al danno neuronale tipico delle forme progressive di SM o con una funzione rimielinizzante. Come è noto, la SM progressiva danneggia la capacità degli oligodendrociti di produrre la mielina che riveste le cellule del sistema nervoso: riuscire a fare ripartire correttamente questa capacità sarebbe un successo determinante per la cura delle forme progressive di SM.

 

Questo sistema, in inglese, si chiama “disease in a dish”, cioè ''malattia nella provetta”, perché potrebbe essere molto vicino alla malattia della persona con SM, visto che viene dalla sua cute. Proprio su questa 'materia viva', che sino a pochi anni fa non era disponibile, si potranno sperimentare una serie di sostanze, farmacologiche e non, per capire se sono in grado di neuro proteggere e di rimielinizzare.

 

 


[1] Le cellule staminali ematopoietiche vengono prodotte dal midollo osseo e si differenziano nelle cellule del sangue (i globuli rossi e bianchi e le piastrine). Generano anche il sistema immunitario: è per questo che il loro trapianto è considerato una possibile terapia per le malattie autoimmuni.

[2] Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche è una massiccia terapia antinfiammatoria che ha l'obiettivo di resettare il sistema immunitario. Non può, però, avere una attività neuro-rigenerativa. La sua efficacia varia con il livello di infiammazione: questo è il motivo per cui si dimostra più efficace nelle forme remittenti-regressive che in quelle progressive.

[3] Le cellule staminali mesenchimali sono cellule multipotenti, che hanno cioè la capacità di differenziarsi in altri tipi di cellule (in particolare in cellule dell’osso, della cartilagine e del tessuto adiposo). Sebbene alcuni ricercatori abbiano osservato che in vitro possono differenziarsi anche in cellule nervose, la maggior parte degli studi ha dimostrato che questo non avviene in maniera significativa dopo la somministrazione nell’essere umano.

[4] È un progetto di eccellenza finanziato Aism, partito nel 2011. Coinvolge nove nazioni: l'Italia (con 4 centri: Genova, Milano, Verona e Bergamo), Francia, Spagna, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Canada, Australia e Svizzera.