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16/09/2021

«Lo sport, lo sguardo degli altri e le condizioni concrete per l’inclusione: ecco cosa abbiamo imparato alle Paralimpiadi»

 

«Quando sono in gara e sparo al bersaglio, mi sento leggera. Non penso a niente, non penso alla sclerosi multipla, mi dimentico gli sguardi pietistici che mi danno fastidio. Anche perché, quando gareggio, le persone mi guardano come un’atleta, una che gioca per vincere, non come a una poverina che deve usare la carrozzina. Certo, quello che ho raggiunto non è solo una questione di sguardo, è il risultato di tante persone che mi sono accanto: l’AISM con la fisioterapia costante, il poligono della mia squadra, TSN Padova, che mi ha autorizzato ad allenarmi anche in tempo di Covid-19». Ce l’ha detto Nadia Fario, che è arrivata dodicesima alle Paralimpiadi di Tokio, pistola 10 metri donne specialità’ P2 SH1-A e venticinquesima nella gara della pistola 50 metri, P4-SH1-C.

 

 

È vero: l’inclusione è, insieme, una questione di opportunità concrete e di sguardo.

Se ti guardi intorno e ti senti escluso, non sei parte attiva di quella situazione, anche se lo vorresti.

 

Al contrario, nel contesto giusto, se ti scopri guardato e considerato nel modo giusto, non ti senti solo, non ti vedi soprattutto come una persona con disabilità, ma come una persona, con limiti e capacità da mettere in sfida.

 

Sara Morganti, la ‘nostra’ campionessa paralimpica di paradressage, con due splendide medaglie di bronzo conquistate a Tokio, ce lo ricorda con un sorriso: «Io e mio marito Stefano ci siamo conosciuti da ragazzini, al maneggio di suo papà. Abbiamo entrambi la passione per i cavalli, di cui viviamo ancora. Stefano mi ha sempre visto come Sara, che fossi in piedi o in carrozzina, come ora. Come lui anche i miei genitori: mi hanno sempre lasciato provare, fino a quando non ho trovato la mia strada e sono riuscita a vivere una vita piena e felice nelle condizioni date. Oltre ciò che non ho scelto, ho potuto sempre fare le mie scelte. E poi, certo, questa medaglia non ci sarebbe stata senza i miei tecnici, il centro dove mi alleno, tutti i professionisti che mi aiutano a tenere in forma me e i miei cavalli. L’inclusione nasce dalla passione, dalla nostra voglia di metterci in gioco ma anche dalle condizioni che la società costruisce perché ognuno possa vivere il proprio sogno».

 

 

 

Ma c’è bisogno di essere sportivi, di essere visti come eroi, per essere guardati come persone e non come disabili? E soprattutto, al di là dello sguardo degli altri, decisivo ma non unica condizione necessaria, cosa vuol dire vivere in comunità inclusive, per tutti, anche per chi non fa o non può fare sport? Cosa vuol dire poter essere protagonisti attivi della propria vita e della società?

 

Come ha dichiarato Vincenzo Falabella, Presidente FISH, Federazione Italiana Superamento Handicap, adesso è il momento di trasformare le medaglie di Tokio in medaglie dei diritti, che sono di tutti e per tutti: «Finite le Paralimpiadi, spetterà a chi nel nostro Paese governa e approva le leggi, alle diverse Istituzioni a livello centrale e locale, far capire che gli atleti e le atlete italiani che vediamo in questi giorni collezionare tante medaglie non sono “eroi della disabilità”, ma persone che come tutte le altre con disabilità rivendicano “semplicemente” una diversa cultura. La disabilità, infatti, non è una malattia, ma un’interazione con il mondo esterno. Ed è proprio a questo che servono gli eventi sportivi come le Paralimpiadi e non solo: a una proficua contaminazione per superare le barriere culturali, all’interazione delle persone con il mondo esterno per combatterne l’emarginazione».

 

Il Barometro della sclerosi multipla 2021 (pag 132) ci ricorda che inclusione è anche poter andare in giro liberi da vincoli, poter viaggiare e fare attività all’aria aperta: il 12% dei giovani con sclerosi multipla (SM) ritiene che viaggiare e conoscere il mondo sia uno degli obiettivi più importanti della propria vita e invece, a prescindere a lock down e pandemia, il 24% delle persone con SM ancora incontra difficoltà con le barriere architettoniche e il 27% ha difficoltà a salire sui trasporti pubblici.  Inoltre, secondo un’indagine AISM-CENSIS 2018, ripresa sempre dal Barometro della SM 2021 (pag. 169), il 18% dei giovani con SM dichiaravano di svolgere attività all’aria aperta meno di quanto avrebbero voluto. 

 

 

 

 

Dunque: come hanno mostrato le Paralimpiadi, fare sport, viaggiare, incontrare altre persone e altri mondi non è un lusso: è un valore irrinunciabile, un diritto.

 

Ce lo hanno detto le atlete della nazionale di sitting volley come Giulia Aringhieri, che schiaccia la sclerosi multipla oltre la rete: «Sia che vinciamo sia che perdiamo, una cosa è sicura. Prima di fare questo sport, molte di noi atlete della nazionale erano completamente chiuse nel proprio paese, limitate. Invece ora incontriamo persone, squadre, nazioni di tutto il mondo, in posti come Tokio dove siamo tutte uguali nel nostro essere diverse».

 

L’inclusione si vive insieme. Se non hai qualcuno con cui viaggiare e fare attività sportiva magari non cominci neppure: « la squadra– ci hanno detto le atlete paralimpiche di sitting volley – è la cosa più importante, per raggiungere qualsiasi obiettivo personale. Anche se sbagli qualcosa, la squadra ti sostiene sempre: si vince solo tutti insieme».

Inclusione è quando hai una squadra che comunque ti sostiene.

 

Tu che ne pensi?

  • Scrivi a agenda2025@aism.it e raccontaci quello che funziona, quello che ti crea difficoltà: se hai problemi con le barriere architettoniche, se non riesci a viaggiare e fare sport come vorresti, se trovi barriere non per forza fisiche che ti fanno sentire una persona esclusa, isolata. Quali caratteristiche deve avere la “comunità” in cui vuoi vivere e sentirti incluso?

 

Agenda della Sm 2025