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Studio canadese suggerirebbe che gli interferoni non riducono la progressione della SM

23/07/2012

 

Osservando i dati di più di 2.000 persone con SM, provenienti da centri situati nella regione canadese del British Columbia, risultava che non vi era alcuna riduzione della progressione della SM nelle persone trattate con interferone beta, rispetto a coloro che non erano stati trattati. Questo studio non ha valutato l'efficacia dell'interferone beta nel ridurre le ricadute di SM, nello sviluppare nuove lesioni o nel migliorare la qualità della vita nelle persone con SM.

 

I risultati emersi dalla presente ricerca sono in contrasto con altre recenti ricerche e devono essere ulteriormente confermati, inoltre questo studio sottolinea la necessità di trovare strumenti più completi e migliori per misurare l'efficacia dei trattamenti della SM. Questa ricerca, coordinata da Afsaneh Shirani e Helen Tremlett  (University of British Columbia, Vancouver, Canada) è stata pubblicata sulla rivista Journal of American Medical Association (2012, 308 (3) :247-256).

 

Attualmente diversi trattamenti, denominati terapie modificanti la malattia, sono disponibili e in grado di ridurre  l'attacco immunitario al sistema nervoso centrale e ridurre l'attività della malattia. Tuttavia l'effetto di queste terapie sui danni non è del tutto compreso e non si sa in quale misura siano in grado di ridurre la progressione della sclerosi multipla, soprattutto se considerata nel lungo termine e non nel breve termine, cosa che è stata osservata già da altri studi. Infatti gli studi clinici tradizionali spesso sono troppo brevi come tempo di studio e osservazione per valutare gli effetti sulla progressione della SM e a volte non riflettono il modo in cui nella realtà delle cose si verifica la progressione della malattia.

 

I ricercatori hanno raccolto informazioni dal database della British Columbia, che comprende circa l'80% di tutte le persone con SM presenti in British Columbia e connette tra di loro quattro centri clinici. Essi hanno osservato le persone con SM recidivante-remittente che erano state registrate tra l'aprile 1985 e il dicembre 2004 e che erano eleggibili per il trattamento con interferone beta. All'interno di questo gruppo, hanno confrontato 868 persone che erano state trattate con interferone beta, 829 persone che non sono state trattate e 959 controlli storici (persone che erano trattate prima dell'approvazione degli interferoni per la SM). La principale misura utilizzata era il momento in cui la scala EDSS raggiungeva e manteneva il punteggio di 6.

 

I risultati hanno indicato che coloro che erano stati trattati con interferone avevano avuto le stesse probabilità di progredire verso un valore di EDSS 6, come coloro  che non erano stati trattati. La mancanza di differenza tra i due gruppi persisteva sia che il gruppo di riferimento fosse il gruppo di controllo sia che fosse il gruppo “storico”, o se invece di un valore 6 di EDSS veniva impiegato un valore 4. I ricercatori sottolineano anche che questo studio non è stato capace di individuare un sottogruppo di persone con SM che invece potrebbe effettivamente aver avuto una riduzione della progressione attraverso l'uso dell'interferone.

 

Nell'editoriale di accompagnamento, il dottor Tobias Derfuss e il dottor Ludwig Kappos (University Hospital, Basilea, Svizzera) sottolineano che il punto è che i gruppi di controllo utilizzati in questo studio potrebbe avere la tendenza a sottovalutare un possibile beneficio a lungo termine del trattamento. Essi inoltre commentano che, anche se questo studio è stato metodologicamente valido, è soggetta alle problematiche degli studi "osservazionali". Infatti in questo tipo di studi, i ricercatori  deducono le loro conclusioni partendo dall'osservazione di persone trattate farmacologicamente rispetto a persone non trattate, a differenza di ciò che si fa in uno studio randomizzato, controllato con placebo, dove i ricercatori assegnano i partecipanti al trattamento attivo o al placebo. I risultati ottenuti non sono in grado di mettere la parola fine al dibattito sull'efficacia a lungo termine delle terapie modificanti il decorso della malattia, tra cui interferoni, sulla progressione della SM. Recentemente, ricercatori italiani, utilizzano una nuova metodica di studio, hanno trovato che i trattamenti della SM erano associati ad una riduzione della progressione della SM.

 

In conclusione i risultati ottenuti dal presente studio comunque non negano il valore degli interferoni nel ridurre le ricadute di SM, la ricerca potrebbe anche aiutare a capire quali persone possono rispondere meglio agli interferoni e ciò potrebbe essere molto utile nella pratica clinica, inoltre la ricerca ancora in corso cercherà di trovare strumenti più completi e migliori per misurare l'efficacia dei trattamenti della SM. Infatti nuove tecniche di neuroimaging e nuove misure cliniche potrebbero aiutare ad avere una migliore comprensione di come  le terapie attualmente utilizzate e in sperimentazione influenzano la progressione della SM.

 

Association between use of interferon beta and progression of disability in patients with relapsing-remitting multiple sclerosis.
Shirani A, Zhao Y, Karim ME, Evans C, Kingwell E, van der Kop ML, Oger J, Gustafson P, Petkau J, Tremlett H. JAMA. 2012 Jul 18;308(3):247-56

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