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Sclerosi multipla: la ricerca di nuove terapie per ricostruire la mielina

14/02/2013

 

AISM e l'Università di Milano insieme in una ricerca non profit. Lo sviluppo di molecole che potrebbero portare alla riparazione del danno mielinico e quindi a una terapia anche per le forme progressive. L'intervista a Maria Pia Abbracchio

 

Dopo l'intervista a Marco Salvetti, prosegue l'iniziativa di informazione sulle ricerche che guardano al futuro della ricerca sulla sclerosi multipla. Particolare attenzione all'emergenza rappresentata dalle forme progressive di sclerosi multipla, le quali sono state al centro della prima conferenza internazionale dell'IPMSC a Milano gli scorsi 7 e 8 febbraio.

Il 2 gennaio 2013 - in un articolo sulle ricerche di punta in corso al Politecnico, all’Università Bicocca e all’Università Statale di Milano - il Corriere della Sera ha presentato anche quella condotta dalla Prof. Maria Pia Abbracchio a Scienze farmacologiche e biomolecolari, segnalando che «il suo gruppo (con la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla) sta sviluppando alcune molecole che, bersagliando il nuovo interruttore molecolare GPR17, potrebbero riparare le lesioni presenti nella sclerosi multipla». Abbiamo intervistato la Prof. Abbracchio su questo argomento.

 

Perché, tra tante ricerche scientifiche, il Corriere ha voluto porre in evidenza proprio quella che lei sta conducendo sul GPR17?
«Il quotidiano ha voluto presentare le ricerche che hanno le caratteristiche per passare dal laboratorio scientifico alla vita delle persone. E noi stiamo lavorando per traslare la scoperta del recettore GPR17 in una nuova terapia per i pazienti. Il recettore, lo ricordiamo, è presente nel nostro sistema nervoso centrale. Lo abbiamo individuato per la prima volta circa dieci anni fa. Dopo averlo “clonato” in laboratorio e averne identificato la struttura molecolare, abbiamo dimostrato che, come una sorta di interruttore, può essere attivato dalle sostanze rilasciate internamente nel cervello quando c’è una lesione. La nostra ipotesi è che GPR17 sia in grado di partecipare ad eventi di riparazione delle cellule nervose danneggiate. Si tratta di imparare come attivarlo attraverso un opportuno intervento terapeutico».

 

Come entra AISM in questo percorso di ricerca?
«Un progetto di ricerca finanziato con il bando 2010 della Fondazione di AISM ha raggiunto esiti significativi, che hanno portato la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla e l'Università di Milano a depositare il brevetto per la proprietà intellettuale di tre famiglie di molecole su cui lavorare per individuare quelle che meglio possono stimolare il recettore GPR17 a svolgere la sua funzione riparativa. Insieme ad FISM ora abbiamo individuato le strategie per sviluppare questo progetto il più in fretta possibile».

 

Precisamente che lavoro intendete svolgere?
«Sulle tre famiglie di molecole di proprietà esclusiva dell’Università di Milano e FISM effettueremo nel 2013 un primo lavoro di selezione in silico. Significa che cercheremo le molecole più idonee per futuri sviluppi terapeutici attraverso un’approfondita analisi computerizzata del legame che instaurano con il modello del recettore ‘simulato' informaticamente. Questo modello da noi sviluppato è altamente predittivo: abbiamo già verificato che ciò che si evidenzia nel modello costruito al computer si realizza effettivamente quando passiamo dal computer al banco del laboratorio».

 

Chi lavorerà a questa fase e per quanto tempo?
«I tre ‘modeler’ esperti che hanno messo a punto il modello computerizzato del recettore GPR17, guidati dal nostro Dr. Ivano Eberini, lavoreranno a tempo pieno per nove mesi alla selezione delle molecole che meglio dimostreranno di legarsi al recettore».

 

E poi come procederà il lavoro?
Pensiamo di selezionare inizialmente da 5 a 10 molecole di una famiglia, attraverso l’analisi computerizzata. A questo punto, faremo sintetizzare le molecole prescelte e le proveremo in vitro, ossia in provetta, per confermare sul banco del laboratorio che il legame col recettore si verifichi effettivamente. Poi, sempre in vitro, verificheremo le molecole prescelte in un saggio di mielinizzazione, che abbiamo sviluppato su cellule oligodendrocitarie mantenute in coltura. Infine, man mano che restringeremo il campo selezionando le molecole che funzionano meglio in provetta, passeremo a sperimentare la loro azione in altri modelli di sclerosi multipla, per verificarne i profili di sicurezza ed efficacia. A quel punto, se tutto andrà come immaginiamo, potremo avere a disposizione uno o più candidati per la messa a punto di nuove terapie».

 

Quale obiettivo finale avete per il 2013?
«Volendo essere ambiziosi, ci proponiamo di arrivare, alla fine del 2013, ad avere identificato almeno per una delle tre famiglie il candidato migliore, o al massimo due candidati per le fasi successive. Mentre andremo completando l’analisi in vitro e in vivo sulle molecole scelte dalla prima famiglia, i nostri tre “modeler” lavoreranno alla selezione di molecole delle altre due famiglie, così da avere subito a disposizione ulteriori candidature nel caso le prime molecole individuate non superassero le prove in vitro o in vivo».

 

FISM e UniMi, enti non profit, non hanno la forza economica per avviare trial indipendenti. Cosa succederà quando si arriverà a individuare il migliore candidato per lo sviluppo clinico?
«Quando arriveremo a quel punto avremo potremo condividere la nostra scoperta con l’azienda che sceglierà di sviluppare con noi il farmaco migliore per curare in modo innovativo le persone con sclerosi multipla. Sono le persone con SM e il loro diritto alla salute il punto di partenza e quello di arrivo di questo percorso di ricerca originale, intrapreso per la prima volta da FISM e dall’Università di Milano, che sono due enti non profit. L’obiettivo finale di questo lavoro è individuare una nuova terapia che favorisca la rimielinizzazione delle cellule del sistema nervoso danneggiate dalla SM».

 

Ci sono in commercio o in studio altre terapie con capacità rimielinizzanti, che lei sappia?
«No, non ci sono terapie di questo tipo, al momento. Oggi ci sono ottime terapie, ma sono tutte immunomodulanti, ossia dirette al sistema immunitario, dirette a bloccare la risposta immunitaria che è alla base della SM. Ma non ci sono oggi terapie che favoriscano la rimielinizzazione».

 

Che vantaggio ne verrebbe per il trattamento della malattia?
«Se potessimo affiancare il trattamento immunomodulante con un farmaco rimielinizzante, miglioreremmo gli effetti terapeutici: da un lato bloccheremmo l’azione del sistema immunitario che causa la malattia, dall’altro cercheremmo di riparare le lesioni. Inoltre, il farmaco rimielinizzante potrebbe rappresentare la prima cura disponibile per le forme della malattia attualmente non trattabili».

 

Perché una terapia rimielinizzante sarebbe una svolta per il trattamento delle forme progressive di SM?
«Le terapie immunomodulanti sono molto efficaci nelle forme recidivanti-remittenti di sclerosi multipla, ma non sono efficaci nelle forme progressive, dove si verifica un deterioramento neurologico costante e progressivo. Ora, una serie di studi presenti in letteratura hanno evidenziato dati che dimostrano come un intervento che favorisca la rimielinizzazione potrebbe trattarele forme progressive di malattia. Oltretutto anche le forme recidivanti-remittenti tendono ad evolvere col tempo verso le forme progressive, e a quel punto di fatto non c’è più terapia che le controlli».

 

Le terapie che immaginate sarebbero dunque in grado di bloccare il passaggio da forme recidivanti a forme progressive? Come?
«Se riusciremo a riparare la mielina, potremo impedire o ritardare la degenerazione nervosa. Quando la mielina viene danneggiata, non c’è soltanto il problema serio della conduzione nervosa che viene compromessa. Il danno mielinico porta anche ad un progressivo danneggiamento del terminale nervoso, dell’assone. La mielina, infatti, sintetizza una serie di sostanze trofiche, ossia necessarie per nutrire l’assone. Quando viene a mancare il supporto trofico fornito dalla mielina, l’assone progressivamente degenera fino a morire. i per impedire la degenerazione del neurone e la sua successiva morte bisogna proteggere la mielina. Quello che mira a favorire la rimielinizzazione, dunque, è un nuovo approccio che offre oggi molte speranze per sconfiggere in modo risolutivo la sclerosi multipla».

 

Maria Pia Abbracchio, laureata in Farmacia, specializzata in Tossicologia Sperimentale e dottorato in Medicina Sperimentale, lavora da sempre sui farmaci attivi sul sistema nervoso centrale, con particolare interesse ai farmaci neuro-riparativi. Professore Ordinario di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano, è direttore del laboratorio di Farmacologia molecolare e cellulare della trasmissione purinergica della stessa Università. È autrice/coautrice di circa 150 pubblicazioni scientifiche (H index: 47, Google Scholar); è al 71o posto nella lista dei Top Italia Scientists. È responsabile del progetto di ricerca Strategie rimielinizzanti innovative per la sclerosi multipla: focus su GPR17, nuovo recettore coinvolto nel differenziamento oligodendrocitario.

 

Leggi le altre interviste di approfondimento sulla ricerca sulle forme progressive di SM, pubblicate in concomitanza con la conferenza internazionale dell'IPMSC: Paola Zaratin, Marco Salvetti, Olga Ciccarelli e Letizia Leocani.

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