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Cellule staminali: la parola ai ricercatori

17/06/2009

Le cellule staminali rappresentano un ambito di particolare rilevanza per la ricerca scientifica e l’Italia svolge un ruolo importante soprattutto grazie alle ricerche finanziate dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla. Molte sono le pubblicazioni, scientifiche e non, che sempre più frequentemente riguardano questo ambito di ricerca, accompagnate a volte da racconti che gridano al «miracolo». Per orientarsi fra le crescenti notizie sulle staminali è fondamentale avere informazioni obiettive, aggiornate e per quanto possibile complete. Per tali motivi abbiamo intervistato il professor Gian Luigi Mancardi, Presidente del Comitato Scientifico AISM, professore ordinario di neurologia e direttore del dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica dell’Università di Genova, il professor Riccardo Saccardi, responsabile dell’Unità di trapianto del midollo osseo, dipartimento di Ematologia del Policlinico di Careggi (Firenze), e infine il dottor Paolo Muraro, ricercatore e consulente neurologo del Dipartimento di Neuroscienze Cellulari e Molecolari, Divisione di Neuroscienze e Salute Mentale, Facoltà di medicina, Imperial College (Inghilterra).

 Cosa sono, in termini semplici, le cellule staminali ematopoietiche?
Saccardi: «Sono cellule presenti nel midollo osseo, che hanno il compito di produrre le cellule del sangue, cioè globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Il midollo osseo è un tessuto contenuto all’interno di tutte le ossa e non deve essere confuso con il midollo spinale. Le cellule staminali ematopoietiche hanno due proprietà: la prima è quella di autorigenerarsi per mantenere, per tutta la durata della vita dell’individuo, una quota di cellule sufficiente a garantire la loro funzione; la seconda è quella di moltiplicarsi trasformandosi, poco alla volta, nel prodotto finale, ovvero una cellula del sangue. È utile ricordare che anche il sistema immunitario viene generato dalle cellule staminali ematopoietiche ed è per questo che il loro trapianto è una possibile terapia delle malattie del sistema immunitario».

Come avviene il trapianto di cellule staminali ematopoietiche e quali rischi comporta l’esecuzione di tale trattamento?
Saccardi: «Il trapianto consiste nell’azzeramento del midollo osseo del paziente mediante chemioterapia ad alto dosaggio e nella sua sostituzione ad opera di cellule staminali, che possono essere prelevate da un donatore sano (trapianto allogenico) o dallo stesso paziente (trapianto autologo). Nelle malattie autoimmuni, come la SM, si preferisce il trapianto autologo poiché l’assenza di meccanismi di rigetto rende il suo impiego molto più sicuro. Le fasi del trapianto sono essenzialmente due: la prima fase prevede la somministrazione di farmaci per far uscire le cellule staminali dal midollo osseo (fase di mobilizzazione) e raccoglierle dal sangue; nella seconda fase si somministra chemioterapia ad alte dosi, al termine della quale le cellule vengono reinfuse per via endovenosa (fase di trapianto), come una normale trasfusione. Le cellule vanno nel midollo osseo e lo ricostituiscono in circa due settimane dalla loro infusione. Nella fase di trapianto esiste il rischio di infezioni, per questo il paziente deve essere mantenuto in un ambiente protetto e sottoposto a somministrazione di emoderivati e antibiotici. Dopo il completamento della ricostituzione del sistema immunitario, il paziente può riprendere una vita normale».

muraroQuale o quali sono i meccanismi di azione alla base del trapianto di cellule staminali ematopoietiche nella SM?
Muraro: «Conosciamo oggi finalmente i principali meccanismi che spiegano l’azione del trapianto ematopoietico autologo effettuato dopo immunosoppressione ad alte dosi. L’intensa immunosoppressione uccide le cellule immuni mature, cancellando così la storia immunologica del soggetto ed eliminando l’accumulo di cellule di memoria in grado di aggredire il sistema nervoso. Il sistema immunitario viene così ‘azzerato’ e ricostituito da nuove cellule, che maturano a partire dalle cellule staminali ematopoietiche. Ne risulta un sistema ‘giovane’, ripopolato da linfociti ‘vergini’, e ricco di cellule regolatorie con la capacità di tenere sotto controllo i linfociti aggressivi».



Attualmente quale campo di applicazione hanno le cellule staminali mancardiematopoietiche nell’ambito del trattamento della sclerosi multipla?

Mancardi: «Occorre sottolineare subito che l’intensa immunosoppressione seguita da trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche è ancora un trattamento sperimentale e che il suo uso è limitato agli studi approvati che ne valutano l’efficacia o a singoli casi dove si è verificato un rapido peggioramento nonostante gli altri trattamenti effettuati. Si tratta quindi di persone con gravi forme di sclerosi multipla, che non hanno risposto alle terapie tradizionali approvate e che presentano clinicamente un’importante attività di malattia, rappresentata da frequenti ricadute o accumulo di disabilità, con associate evidenze neuroradiologiche di malattia, rappresentate dalla presenza di aree che prendono contrasto alla risonanza magnetica encefalica (RM). Gli studi effettuati hanno infatti dimostrato che ottengono più vantaggi da questo trattamento i pazienti sotto i 40 anni, con una forma di sclerosi multipla a ricadute e remissione e che presentano alla RM lesioni che prendono contrasto. Essendo una potente terapia anti-infiammatoria, è chiaro che rispondono meglio i casi che hanno una malattia molto tumultuosa, mentre rispondono meno bene i pazienti con sclerosi multipla progressiva, che peggiorano senza ricadute e senza segni RM di presa di contrasto. Poiché il trapianto autologo porta con sé un rischio di mortalità di circa l’1-3%, è necessario che la situazione clinica, per gravità del decorso e per prognosi a breve termine, giustifichi pienamente tale rischio».

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