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Elena Loewenthal: «la vita è una prova d'orchestra»

13/03/2012

elena Loewenthal
Nella foto: Elena Loewenthal

 

 

L’abbiamo cercata perché i suoi scritti raccontano di una persona capace di entrare nelle corde più profonde di ciascuno di noi, sulla frontiera della malattia e del volontariato. Questa intervista chiude il cerchio della Gardenia dell’AISM appena conlusa, una manifestazione che l’Associazione dedica a tutte le donne con SM D’Italia, e agli uomini, perché siamo tutti liberi di desiderare e costruire un mondo in cui possiamo salvarci gli uni gli altri e non, invece, nonostante gli altri.

 

Elena Loewenthal è scrittrice, traduttrice, insegnante universitaria, giornalista per La Stampa, studiosa della tradizione ebraica. È una donna che fa sintesi di molte identità. Ha pubblicati diversi saggi, ed esordito in narrativa con il libro Lo strappo dell’anima, nel 2002. Nel 2011 ha pubblicato per Einaudi La vita è una prova d’orchestra, una raccolta di ventidue racconti nata dall’esperienza di volontaria negli ospedali. Definisce così questo lavoro: «non è un libro sulla disperazione o sul dolore. Ë invece, un libro sulla vita: tra tutti quelli che ho scritto, il più radicato nella vita».

 

Perché la vita è una prova d’orchestra?
«Nella vita quasi sempre capita la stecca, la nota sbagliata. E non c’è modo di replicare, di provare di nuovo e andare alla prima in modo perfetto. Nell’unica vita che abbiamo quello che è fatto è fatto e quindi, nel bene e nel male, la vita è imperfetta e compiuta come una prova d’orchestra».

 

Lei ha scelto di immergersi a lungo nel mondo di chi è ammalato, facendo volontariato in Ospedale. Chi glielo ha fatto fare?
«L’ho sentito come una necessità quando, come capita a tutti quando il destino ci fa sfiorare o attraversare la malattia. La perdita della salute, lo smarrimento e il dolore che ne vengono sono la cifra del nostro essere umani, l’esperienza che più ci accomuna. Prima o poi tutti abbiamo a che fare con la malattia, anche se non lo vorremmo mai. Quando è capitato a me, ho avuto la netta sensazione di precipitare dentro un altro universo. Una vita che non è quella che pervade la televisione e la pubblicità. È un mondo un po’ invisibile, che ci piace immaginare che non ci sia. È trasparente, ma c’è. Ed è importante esplorarlo, e sapere che è casa nostra».

 

Spostiamoci nel campo dei sani. Ha scritto che «si divide tra chi si avvicina e chi si allontana, per rispetto di un antico tabù». Quali sono, a suo avviso, i tabù più resistenti nel nostro modo di vivere?
«Uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere questo libro – a me piace andare su terreni minati – è proprio la consapevolezza che questa società ha un unico grande tabù, che è quello della morte. Certo, siamo tutti grati alla scienza e a quello che sta facendo per la nostra vita. Ma se alimentasse la nostra illusione di essere immortali, allora ci imbroglierebbe. In Italia, poi, siamo tra i più longevi al mondo: la vita media delle donne è di 82 anni. È una cosa del tutto naturale e inevitabile voler guardare al bello della vita e cercare di dimenticarsi della morte e del dolore. Ma a un certo punto la realtà viene a trovarci».

 

Si tratta di vivere imparando a morire un po’ alla volta. Di riuscire insieme a resistere e ad arrendersi. Forse per questo lei dà tanta importanza al ridere?
«Ridere fa bene sempre, anche in un letto d’Ospedale. Ironia e sorriso sono veramente una medicina, nei momenti più cupi e nella quotidianità Nel mio caso è una cifra non solo stilistica, ma della vita: è il mio modo di approcciarmi alla realtà. Se non cerco il filone ironico, quello che spiazza un po’, non sono soddisfatta di quello che scrivo. E quando vado a trovare una mia figlia che sta a Parigi, la misura del nostro star bene si vede da quante risate riusciamo a condividere».

 

Si è svolto da poco l'evento Gardenia dell'AISM, dedicato alle donne. Lei come abita nell’identità femminile?
«Io nasco da famiglia ebrea molto assimilata, come è capitato a molti ebrei dopo la guerra, quando sembrava che la medicina per non patire più fosse quella di nascondersi nel mondo. Poi ho fatto un lungo percorso di recupero della mia identità attraverso lo studio, l’avvicinamento. Per il resto ognuno di noi ha un’identità multipla. Io oltre a quella di ebrea ho un’identità femminile, che non è meno determinante in quello che sono, faccio e penso».

 

Infatti uno dei suoi saggi si intitola: «Eva e le altre». Cosa rappresenta Eva?
Eva è il presente. Hava, in ebraico deriva dalla stessa radice che significa essere al presente. Penso sia stato necessario che Eva abbia indotto Adamo a mangiare il boccone proibito, perché altrimenti l’umanità non sarebbe nata. Loro sarebbero vissuti in eterno in quel giardino e noi non ci saremmo. È stato un errore, ma determinante perché la storia prendesse le mosse. Sentirsi vivi e desiderosi di conoscenza, quel desiderio di generare e lasciare qualcosa al mondo era un valico che non si poteva fare a meno di attraversare».

 

Il futuro nasce dal desiderio, ma anche dalla fedeltà al bene di tutti?
«Tra le storie che amo c’è quella antica di Giuditta, una donna ebrea restata vedova, distrutta psicologicamente, che ritrovò come d’incanto le armi della seduzione per uccidere Oloferne, il re straniero che aveva invaso Israele. Mise da parte il proprio dolore e rischiò la vita per salvare il suo popolo». 

 

È questo il tratto più virtuoso dell’identità femminile?
«La virtù femminile per eccellenza è forse quella di riuscire a trovare il proprio bene e la propria felicità solo dimenticandosi di sé e scegliendo prima il bene dell’altro. Per questo si diventa madri: perché l’amore viene prima».

 

Elena Loewenthal (Torino, 1960) scrive regolarmente su La Stampa e insegna Cultura ebraica all’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano. Ha pubblicato numerosi saggi, tra cui: Eva e le altre (Bompiani 2005); Un’aringa in Paradiso, Enciclopedia della risata ebraica (Bompiani 1997 e Einaudi 2011). Nel 2002 ha esordito nella narrativa con Lo strappo dell’anima (Frassinelli). I suoi romanzi e libri di narrativa: La vita è una prova d’orchestra» (Einaudi 2011), Una giornata al Monte dei pegni (Einaudi 2010), Conta le stelle se puoi (Einaudi 2008), Dimenticami (Bompiani, 2006), Attese (Bompiani 2004).

Questa intervista sarà disponibile in versione completa sul primo di SM Italia - bimestrale d'informazione dell'Associazione Italiana Sclerosi Multipla - del 2012.

 

Giuseppe Gazzola 

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