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Paola Perego: «andare oltre gli stereotipi»

26/02/2013

 

Paola Perego è la testimonial d'eccezione della campagna per La Gardenia dell'AISM 2013, protagonista dello spot che vedete sopra. In occasione dell'evento, vi proponiamo questa intervista, pubblicata sulla rivista SM Italia, nel primo numero del 2013

 

Meglio lavorare con donne o con uomini? Con donne intelligenti». È diretta Paola Perego, come spesso le capita. Il cielo non è diviso in due metà, da una parte le donne, dall’altra gli uomini. L’essenziale è al di là degli stereotipi.

 

L’essenziale è cercare l’intelligenza. Che vuol dire ‘intus-legere’, leggere dentro. E sapersi leggere dentro, senza nascondigli. In camicetta rossa e stivaletti dello stesso colore, Paola ha da poco terminato di girare lo spot che accompagnerà i giorni della Gardenia. Ha scelto, d’istinto, il colore che rappresenta la passione, il calore, il dinamismo che forgiano l’identità di AISM. E che si fondono con la sincerità, la solidarietà, l’amicizia del bianco di gardenia. L’intervista che Paola ci offre parte da qui, da uno sguardo sincero dentro di sé, dentro le piccole e grandi passioni che ci collegano gli uni agli altri.

 

Se per una volta ti fosse impedito di guardarti allo specchio, come ti percepiresti, Paola?
«Mi sento bambina, dentro. Una perenne adolescente. Andrei sempre a suonare i campanelli per strada, non mi accorgo del tempo che passa. Vivo in casa con due adolescenti e due giovanissime donne. Loro mi fanno sentire sempre molto vitale, molto giovane».

 

Una bambina ha detto al segretario del PD: ‘A Natale vorrei una bambola rossa e lo stipendio per la mamma’. Tu cosa vorresti dal futuro?
«Per me non voglio nulla, ho realizzato i miei migliori desideri. Ma per i ragazzi desidero fortemente che questo Paese si sistemi. Non possiamo lasciare come drammatica eredità una nazione che si sfascia. Dobbiamo lasciare un Paese migliore di come l’abbiamo ricevuto».

 

A proposito di eredità, da qualche tempo ai tuoi figli hai tagliato la paghetta, e per comprarsi vestiti vanno nei centri commerciali e non nelle boutique di alta moda. Perché?
«Perché anche loro, ragazzi sicuramente privilegiati rispetto ad altri, devono capire che la situazione è cambiata. È importante non vivere in una bolla d’aria, in un mondo che esiste solo nella nostra testa. Mia figlia ora ha vent’anni e fa l’università. E questo discorso l’ha capito. Lo tiene come riferimento. Tant’è che quando vede un paio di scarpe mi dice: ‘Mi sento in colpa, che dici, le compro?’».

 

E tu cosa rispondi?
«Io rispondo sempre di no, tanto ne ha a sufficienza. Ma con lei e con l’altro figlio di 16 anni condivido diverse esperienze perché tocchino con mano la vera realtà. Mi occupo di una casa famiglia, dove spesso mi fermo a parlare con ragazzi che vivono insieme a una suora straordinaria. Di recente sono entrata in una Cooperativa. Stiamo creando un centro diurno per adolescenti, che si chiama ‘Secondo me’. Si occupa di diagnosi, riabilitazione e terapia, ma anche di scolarizzazione e dei disagi degli adolescenti. Saranno i ragazzi a prendere in mano l’Italia nei prossimi anni.
Vale la pena valorizzarli. Il nostro deve smetterla di essere un Paese per vecchi».

 

Cosa proporrai, quindi, a tua figlia che voterà nel 2013?
«Non farò mai quello che ha fatto mio padre con me, non imporrò nessuna sigla, neanche ridendo. Però cerco di fare in modo che lei si informi. Questa è la cosa più importante da fare. Leggere i quotidiani, le riviste, capire. Non accontentarsi del qualunquismo, non pensare di sapere tutto senza sapere nulla. Però vedo i ragazzi demotivati. Mia figlia, quando insisto sull’importanza di conoscere e capire per scegliere, mi risponde: ‘Tanto per chiunque voti le cose resteranno come sono, nessuno farà ciò che promette’. Invece il voto è il primo strumento che abbiamo per cambiare.
Chi non vota non può lamentarsi se l’Italia va male».

 

Dicono che spesso le cose si sistemino davanti a una buona cena.Tu come te la cavi con la cucina?
«Sono completamente negata».

 

E allora qual è il menù preferito, in casa tua?
«Tutto quello che non cucino io. Va bene anche una pizza ordinata sotto casa. Quelle rare volte in cui mi metto ai fornelli a sperimentare qualcosa, tutti escono a cena. Quando dico: ‘Stasera cucino io’, spariscono. È un buon metodo per starmene in pace, qualche volta».

 

Però a tuo marito, come a molti altri, piace cucinare. O sono i tempi che cambiano oppure la cucina non è più una cosa per donne. Quali dimensioni ami di più di te?
«Sicuramente mi accetto e mi piaccio molto di più oggi di quando ero più giovane. C’è una consapevolezza diversa, anche dei propri limiti. Non hai più il senso dell’invincibilità che avevi a 20 anni. Credo di essere una persona sostanzialmente onesta e leale. Sono una persona moralmente integra. E non mi dispiace».

 

Potresti candidarti al Parlamento…
«Nemmeno per sogno. Mai nella vita. A me basta essere un buon cittadino. In questo mondo dove tanti sono furbetti e pensano di realizzarsi solo fregando gli altri, riuscire a rimanere onesti, semplici, forse aiuta. Solo così si può aspirare a vivere in una società più civile, meno aggressiva, meno faticosa».

 

Politica e cucina a parte, come ti sembra importante che un uomo, marito, compagno, amico, sostenga la donna che dice di amare?
«Ascoltandola. Nessuno più ascolta. Quando provi, magari timidamente, a parlare con qualcuno di un tuo disagio, spesso attacca subito a raccontarti di sé. E non ti ascolta. Non è detto che l’altro ci debba per forza risolvere i problemi. Ma è fondamentale sa pere di avere qualcuno con cui semplicemente possiamo parlare, sfogarci, confidarci».

 

Anche a te sarà capitato di fare i conti con la malattia di una persona cara. Che emozioni ti colpiscono, in questi  momenti? Come le affronti?
«La prima sensazione per me è sempre rabbia e senso di impotenza. Sembra impossibile che stia capitando a me, a chi amo. Un incubo. Mi assale un devastante senso di impotenza, perché non tutto si può risolvere. Devo sempre trovare una soluzione ai problemi, e quando non ci riesco impazzisco. Allora cerco di rendermi utile come posso, di alleviare il dolore, di tenere alta la dignità dell’altro. Non sempre ci riesco».

 

Può capitare di uscire, se non vincitori, almeno migliori da una malattia che mai si sarebbe voluto incontrare?
«Sì, l’ho sperimentato, come tutti. Le malattie ti cambiano le priorità della vita. Frequentando l’AISM ho conosciuto donne con sclerosi multipla che sono veramente ‘oltre’. Hanno un’energia invidiabile, una forza non consueta. Paradossalmente – ma non troppo – fanno venire voglia di vivere. Quando incontri persone così ti ricordi che la vita è un dono incredibile, e che non ne devi sprecare neanche una briciola».

 

Sei nata a Monza e vissuta a Brugherio. Cosa ti porti dentro delle tue radici brianzole?
«Mia mamma, i parenti, mia sorella vivono ancora lì. Anche per questo, forse, non ho dimenticato niente. Tutto è ancora vivo. Vengo da una famiglia normale, umile. Mio padre era falegname, mia mamma casalinga. Si faceva veramente fatica, già allora, ad arrivare a fine mese. Era una vita semplice, di cui sono ancora innamorata. Dava pochi valori ma fondamentali. E tanti amici. Si viveva per strada, si giocava in cortile, ci si divertiva con niente. Non conoscevamo la parola noia, ci inventavamo mille cose. Un periodo meraviglioso, proprio bello».

 

Un proverbio brianzolo dice che ‘chi vusa pusè la vaca l’è sua’ ovvero ‘chi grida di più al mercato si porta a casa la mucca migliore’. Sei d’accordo?
«Non ne posso più di gente che urla. Non sono d’accordo, non è vero. Non bisogna urlare per farsi ascoltare. Quando qualcuno urla tu senti solo tanto rumore, e le cose non arrivano dove devono arrivare».

 

Quindi secondo te anche i media, la Tv di cui sei anche protagonista, possono aiutare a trovare le informazioni giuste senza alzare il tono e costringere a stare attenti con il fatto eclatante?
«Ho avuto anche io, nei miei programmi, gli urlatori quasi di professione. Secondo me, però, anche attraverso la televisione si possono fare arrivare messaggi giusti senza alzare i toni. È vero, ogni tanto la trasmissione scappa di mano. E appena c’è uno che urla si registra un picco d’ascolto. Eppure, secondo me, non è quello che fa alzare l’ascolto, ma l’imprevedibilità. Quello che funziona oggi in televisione è il non sapere cosa possa accadere
da un momento all’altro».

 

Nella SM, malattia quotidianamente imprevedibile, capita che gli altri ti vedano un po’ diverso da come sei. Tu come affronti i pregiudizi per riuscire a far riconoscere ciò che sei veramente?
«Non si può e non si deve voler piacere a tutti per forza. Le persone che mi conoscono davvero, e mi vogliono bene, sanno come sono. Gli altri si facciano le idee che vogliono, non importa. Sono diventata molto zen, col passare degli anni. Vivo e lascio vivere. Se non ti piaccio, se non vuoi sprecare tempo per conoscermi, pazienza. Se ti accontenti di una conoscenza superficiale, peggio per te. Cerco di essere me stessa. E vado per la strada che mi sembra giusta».

 

Infatti, la chiamano. Incombe il taxi, il treno per Roma, mentre lo sciopero dei mezzi pubblici intasa di auto le vie.
È ora di salutarci. Vado anche io. A piedi. Nelle cuffie l’ultima canzone di De Gregori: «Vivo la mia vita a passo d'uomo. Altro passo non conosco, soltanto questo passo d'uomo».

 

Giuseppe Gazzola

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