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Riabilitazione: quando il «robot» aiuta a studiare i movimenti

25/03/2009

 Neurologo presso il Dipartimento di Neurologia Asl 3 Genovese (diretto dal dottor Paolo Tanganelli), il dottor Claudio Solaro ha collaborato con l’AISM come coordinatore di un progetto di ricerca epidemiologica; dal 1999 al 2001 ha avuto una borsa di studio presso il dipartimento di Neurologia dell’Università di Genova e nel 2000 ha frequentato il Queen’s Square Hospital di Londra presso il professor A.J. Thompson. Solaro svolge sia attività clinica nell’ambito del reparto, sia attività di ricerca. Con il contributo FISM (Fondazione Italiana Sclerosi Multipla) conduce studi nell’area della riabilitazione, per valutare le alterazioni di funzioni e movimento degli arti superiori in relazione ai danni neurologici: l’obiettivo, in prospettiva, è migliorare le «performance» motorie delle persone con SM. A questo scopo, in collaborazione con il DIST di Genova, è stato realizzato anche un «robot ». In questa intervista Solaro ci racconta le sue ricerche.

Lei svolge la sua attività in ambito clinico e di ricerca. Da dove origina tale scelta?
L’attività clinica è il continuo rapporto e confronto con la persona, nel complesso rapporto medico-paziente attraverso la diagnosi, la gestione dei sintomi e la prescrizione delle terapie. La variabilità nel tempo e nelle modalità individuali di segni e sintomi neurologici, così come la complessità delle terapie rendono questa attività affascinante nella sua mutabilità e incertezza. Come nel caso della ricerca, si tratta di un’attività sostenuta dalla curiosità. In Italia, inoltre, la distinzione tra istituzioni cliniche (ospedali) e di ricerca non è così netta come in altri Paesi, quindi non è raro che un medico con compiti primari di assistenza ospedaliera sia coinvolto nella ricerca, soprattutto clinica. Questi due mondi, quello clinico e quello della ricerca, a volte percepiti in contrapposizione, possono e devono essere conciliati: pertanto la mia scelta nasce dal desiderio da un lato di mantenere un contatto umano, la possibilità di interagire, aiutare gli altri e dall’altro di poter sviluppare idee, disegnare studi e talora accogliere con stupore un risultato inatteso, anche se negativo.

In quale settore della ricerca per la SM sta lavorando attualmente e quali ripercussioni potrà avere sulla gestione delle persone con sclerosi multipla?
Negli ultimi anni abbiamo sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Informatica, Sistemistica e Telematica (DIST) di Genova due principali filoni di ricerca, resi possibili anche grazie al contributo della FISM. L’area di interesse è quella della cinematica, ossia dell’analisi del movimento, con l’obiettivo di valutare le alterazioni del movimento stesso, di poterlo misurare e comprenderne le componenti. Il nostro interesse specifico per l’arto superiore nasce dal fatto che sul cammino erano già stati seguiti numerosi studi: per questo abbiamo impiegato tavolette grafiche e realizzato un «robot». La tavoletta grafica è un sistema molto semplice ed economico che consente di misurare una serie di caratteristiche del movimento dell’arto superiore. Dapprima abbiamo valutato soggetti con SM ma clinicamente asintomatici, ossia con esame neurologico normale. Questi soggetti presentavano dei valori degli indicatori cinematici da noi utilizzati differenti dai soggetti controllo: questo indica che il sistema è in grado di «vedere» qualcosa che l’esame neurologico non è in grado di cogliere. Altro punto importante è che tale metodica fornisce dei numeri, ossia dei valori oggettivi che consentono di definire le caratteristiche del movimento del soggetto e quindi un suo possibile utilizzo nel follow-up. Sempre con tavoletta grafica, abbiamo poi studiato un gruppo di soggetti con disturbi prevalentemente cerebellari a carico dell’arto superiore, e abbiamo correlato i dati di cinematica alla misurazione dei volumi lesionali encefalici calcolati mediante risonanza magnetica (RM). Devo dire che i risultati ci hanno in parte sorpreso, in quanto dai nostri dati è emersa una assoluta mancanza di correlazione tra dati di cinematica, clinici e di RM. La nostra interpretazione è che il danno neurologico e il suo correlato funzionale sono completamente differenti in soggetti che altresì appaiono assai simili da un punto
di vista clinico. Gli strumenti cinematici possono essere utilizzati in trial clinici di fase II, per esempio abbiamo utilizzato un farmaco antiepilettico, Levetiracetam (Keppra UCB Pharma) in soggetti con SM e sintomi cerebellari e abbiamo valutato se il farmaco, rispetto al placebo, fosse in grado di modificare le caratteristiche del movimento misurate mediante la tavoletta grafica. Questo tipo di approccio è molto utile in quanto, nel caso di risultato negativo, non vi sarebbe indicazione a proseguire la sperimentazione con studi di fase III. In questo studio il farmaco ha dimostrato di modificare le caratteristiche del movimento, ma non ci consente di affermare l’utilità clinica del Levetiracetam. Ciò ci ha spinto a disegnare uno studio multicentrico, che coinvolgerà 7 centri italiani dotati della metodica sopra descritta, al fine di valutare l’efficacia del farmaco.

Nelle sue ricerche spesso vengono utilizzati metodi di valutazione innovativi, come per esempio apparati robotici (costruiti ad hoc): può spiegarci le applicazioni?
Il DIST con cui ho collaborato è un punto di eccellenza da circa venti anni, con importanti contributi nell’analisi dei movimenti - alcuni divenuti storici. Semplificando al massimo, l’aspetto originale del robot in questione, progettato in loco, è un sistema che interagisce attivamente con il soggetto. Il robot «genovese», simpaticamente battezzato «Braccio di ferro», è in grado di acquisire alcune caratteristiche del movimento del soggetto e quindi generare forze uguali e contrarie in modo da correggere l’errore.
Lo scopo ultimo, non nascondiamo assai ambizioso, di tale approccio è quello di andare ad agire sui meccanismi di programmazione motoria. Come avvenuto con gli studi mediante tavoletta grafica, abbiamo dapprima studiato soggetti asintomatici, soggetti di controllo e persone con SM con sintomi cerebellari, e dopo averli sottoposti a diverse sedute abbiamo osservato un miglioramento assai significativo nel 50% dei soggetti delle performance dell’artosuperiore.

Le ricerche condotte nell’area riabilitativa (valutazione, trattamento) non sono molte. Secondo lei andrebbero incentivate ulteriormente e, se sì, perché?
Credo che si possa affermare che il campo della riabilitazione ha bisogno di metodiche innovative che superino l’approccio soggettivo: con questo non ritengo che una macchina possa sostituire la parte umana, ma debba rappresentare un ausilio sia valutativo che riabilitativo al servizio della persona con SM. Credo inoltre che le ricerche in campo riabilitativo debbano essere promosse a partire dall’aspetto culturale e che il trattamento non possa essere basato solo su aspetti empirici, e che tale sforzo debba essere condiviso da tutti gli attori coinvolti nella cura dei pazienti con sclerosi multipla. Del resto, come ha detto il premio Nobel ungherese Albert Szent-Gyoryi: «La ricerca è fatta di quattro cose: cervello con cui pensare, occhi con cui vedere, macchine con cui misurare, e, per quarto, denaro.

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