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E.g., 21/11/2019
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AISM

Rise wise: un progetto europeo per l'integrazione delle donne con disabilità

21/05/2019
sclerosi multipla donne

 

Si chiama “Rise Wise”. Dove Wise – che in inglese vuol dire saggezza – nelle sue iniziali indica queste parole: “Women with disabilities In Social Engagement”. È un progetto finanziato dalla Commissione europea per individuare le esigenze delle donne con disabilità e condividere le buone pratiche che possano favorirne l’inclusione e il miglioramento della qualità di vita. AISM è tra i partner di questo progetto, che prevede per chi partecipa esperienze di almeno un mese presso Università e organizzazioni delle persone con disabilità di Italia, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Turchia. Iniziato nel 2016 si concluderà ad agosto 2020. Per capire di cosa si tratta, chi possa parteciparvi e come abbiamo parlato con Cinzia Leone (Università di Genova), che ne coordina la realizzazione.

 

«Wise è anche un augurio, un desiderio, una meta concreta – spiega Cinzia Leone -: speriamo che porti saggezza alle persone, alle organizzazioni partecipanti e all’intera società in modo che tutti diventino insieme maggiormente inclusivi. Purtroppo, anche all’interno del popolo delle persone con disabilità, che pure in quanto tale subisce situazioni di discriminazione, sono le donne quelle che pagano i costi più alti. Dati statistici e ricerche mostrano come le donne con una disabilità si curano di meno, escono meno di casa, interrompono prima gli studi, lavorano di meno. Spesso anche le attese sociali e le aspettative rispetto alle donne con disabilità sono inferiori a quelle con cui ci si rivolge agli uomini con disabilità. Il nostro progetto è un contributo concreto per cambiare questo stato delle cose, che non può più essere ovvio».

 

In pratica, di cosa si tratta?
«Per semplificare, diciamo che è una sorta di “Erasmus”, un progetto di mobilità, scambio di conoscenze e buone prassi rivolto a donne e uomini un po’ più grandi dei normali studenti universitari».

 

Che cosa si fa concretamente in “Rise Wise”?
«La persona che intende partecipare presenta un piano di attività, formazione e training che vorrebbe svolgere. Poi viene messa in contatto con le Università degli altri Paesi che aderiscono a Rise Wise e anche con le associazioni di persone con disabilità cui il progetto è collegato in quei territori. Il periodo di residenza all’estero deve essere minimo di un mese e può arrivare sino a 12 mesi. Una volta approvato e definito il piano delle attività, la persona parte e viene supportata nella realizzazione del suo progetto. È previsto un rimborso di 2.000 euro mensili con cui sostenere le spese, eventualmente integrabile se la persona presenta esigenze specifiche, come quella di avere un accompagnatore per gli spostamenti».

 

Dove sta il” cuore pulsante” di Rise Wise?
«A mio avviso, l’idea più bella e vincente del progetto è che stiamo cercando di coinvolgere il maggior numero di donne con disabilità possibile, in modo che loro per prime ne siano artefici. Ci sono diverse donne con disabilità che grazie a Rise Wise stanno viaggiano e facendo esperienze all’estero, incontrando realtà nuove».

 

Perché le persone con SM dovrebbero essere interessate e partecipare a questo progetto?
«La SM colpisce in modo principale le donne e dunque un progetto per le donne con disabilità è molto coerente con il mondo della SM. Inoltre la SM colpisce i giovani e questo progetto può dare loro la possibilità di passare periodi all’estero in un’epoca di vita in cui, magari, grazie alle terapie disponibili, stanno bene e possono fare esperienze istruttive, imparare, incontrare realtà nuove, magari aprirsi nuove prospettive».

 

Le donne, i volontari, i dipendenti di AISM possono andare a loro volta all’estero a incontrare le buone prassi sull’inclusione messe in campo negli altri paesi?
«Certamente, il progetto esiste perché vogliamo che le persone coinvolte nella disabilità, e dunque anche quelle del mondo legato ad AISM, partecipino e trovino la possibilità di pensare o di vivere in maniera diversa la vita personale e sociale».

 

Una persona vuole occuparsi dell’ambito della salute delle donne con disabilità. Viene a Genova ospite della vostra Università. Cosa le fate fare?
«La mettiamo in contatto con le persone che si occupano di salute nel nostro ateneo. Si possono realizzare sia studi sociali sia studi di tipo medico; si possono mettere insieme le esperienze effettuate in quel settore nel campo scientifico di interesse. Possiamo organizzare dei seminari, momenti di incontro con studenti o altri docenti. Di solito in questi seminari i docenti dell’Accademia ascoltano le persone con disabilità che raccontano la loro esperienza sulla salute, sull’inclusione lavorativa. Abbiamo un contatto diretto con l’Ospedale San Martino, Ospedale Universitario che consente anche di fare esperienze sul campo. O possiamo farle incontrare con le donne di AISM».

 

Un caso concreto?
«Sono venute alcune ricercatrici dalla Spagna, una si occupava di medicina e l’altra di sociologia. Insieme abbiamo vissuto focus Group nella sede della Sezione AISM di Genova: ed è stata un’esperienza splendida, sia dal punto di vista umano che scientifico. Abbiamo parlato per più di due ore: le ricercatrici hanno proposto una serie di domande sulla vita quotidiana, sui pregiudizi che le donne con SM incontrano, sull’approccio medico alla loro condizione. Le donne con SM rispondevano in maniera libera e questo è stato molto utile, perché le emozioni e le storie raccolte in presa diretta hanno un impatto più forte di ciò che si legge in una pubblicazione. Sono venuti a Genova anche alcuni ricercatori del Portogallo che erano interessati sia a sviluppare un percorso di conoscenza rispetto ad AISM sia a sviluppare progetti di ingegneria informatica per le donne con disabilità»

 

Poi, quando le persone tornano a casa, cosa cambia? Che impatto ha Rise Wise?
«Una docente di architettura del Portogallo è stata un mese a Genova, ha fatto diverse attività, ha incontrato anche AISM. Ora ha cambiato il suo modo di insegnare e sta tenendo una serie di corsi sul design inclusivo ai suoi studenti curricolari. Propone anche lezioni ‘esperienziali’: magari lega un braccio a uno studente e poi gli chiede di aprire la porta; un altro lo benda e gli chiede di uscire dall’aula. Una specie di “Senti come mi sento” per gli studenti di architettura, in modo che partano nei loro progetti di design da ciò che loro per primi hanno sperimentato. Una collega dell’Università con una disabilità importante era impiegata nell’area amministrativa e, pur essendo iscritta da tempo all’Università, non aveva mai concluso il suo percorso di laurea. Ora ha cambiato il percorso di studi e sta finendo la laurea magistrale in Digital Humanities, Comunicazione e Nuovi Media, un corso di laurea specialistica dell’Università di Genova, con una tesi sulla digitalizzazione e l’accessibilità. E sta pensando di cambiare professione. Una vita che ha cambiato il suo percorso».