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Sclerosi multipla e alimentazione: cosa emerge dalla ricerca scientifica

22/02/2016

Il Prof. Paolo Riccio studia da oltre 10 anni l'impatto dell'alimentazione sulla SM. Lo abbiamo intervistato per chiedergli quali indicazioni emergono dagli studi più recenti. Sull'ultimo numero di SM Italia


Paolo Riccio

Paolo Riccio, già professore ordinario di Biochimica Generale all’Università della Basilicata a Potenza e docente di Neurochimica all’Università di Bari, si occupa da oltre dieci anni di alimentazione e sclerosi multipla con studi finanziati da AISM con la sua Fondazione. Come ricorda lui stesso «iniziai a occuparmi della correlazione tra sclerosi multipla e alimentazione quasi per caso, quando scoprii che una proteina del globulo di grasso del latte di mucca, la burofilina (BNT), è molto simile a un antigene mielinico che si chiama MOG (Myelin Oligodendrocite Glycoprotein)». Oggi Riccio ha terminato il suo insegnamento all’Università, ma continua a fare ricerca in questo ambito promettente e ancora poco esplorato. A breve verrà pubblicato un suo studio clinico, «Anti-inflammatory nutritional intervention in patients with relapsing-remitting and primary-progressive multiple sclerosis: A pilot study», sugli effetti di una dieta “anti-infiammatoria” e integratori alimentari nella SM, sia nella forma a ricadute e remissioni (trattata con interferone-beta) sia nella forma primaria-progressiva (senza terapia). Lo abbiamo intervistato per chiedergli quali indicazioni pratiche stanno emergendo dalla ricerca di cui si occupa.

 

Professore, se ho la sclerosi multipla posso mangiare una grigliata di carne, una frittura di pesce o una fetta di torta?
«Certo, il primo segreto per nutrirsi e stare bene è sempre quello di favorire la voglia di vivere e contrastare la depressione: anche la persona con SM ha diritto al benessere e, per questo, deve soddisfare se stessa e godere delle piccole gioie, anche quelle legate ai cibi. Quelli che ha citato sono alimenti da assumere con parsimonia, perché possono favorire l’infiammazione, ma certo non sono tossici. Se una persona con SM vuole gustarsi una bella bistecca, conviene che non lo faccia troppo di frequente e che in quel pasto non aggiunga altro, a parte un buon contorno di insalata mista e verdure cotte. Lo stesso principio vale per una frittura o una fetta di torta: se le porzioni sono abbondanti è meglio che siano al di fuori di un pasto completo. Un pasto dall’antipasto al dolce, ricco di grassi animali e di zuccheri, porta all’infiammazione post-prandiale e questo non va bene, dal momento che la SM è una malattia infiammatoria. Una dieta corretta nella SM, non deve favorire l’infiammazione ma la deve contrastare».

 

Frutta e verdura, per esempio, contrastano lo stato infiammatorio? Vanno sempre bene?
«Frutta e verdura sono componenti essenziali di quella che io chiamo dieta anti-infiammatoria. Per loro non ci sono limiti e problemi. A causa della possibile presenza di fitofarmaci le verdure e la frutta vanno però lavate bene.

 

Gli alimenti più ricchi di vitamina D possono essere importanti?
«La vitamina D rappresenta un discorso a parte rispetto alla dieta. Alcuni alimenti come il pesce grasso, tipo il salmone, sono molto ricchi di vitamina D, ma possono non bastare per avere livelli adeguati della vitamina. Allo stesso modo può non bastare stare al sole. Nella SM i livelli di vitamina D possono essere e restare bassi, nonostante la dieta. Il dosaggio della vitamina D può essere effettuato in qualsiasi laboratorio di analisi e si può quindi sapere facilmente se si è in uno stato di deficienza o di insufficienza di vitamina D».

 

A cosa serve la vitamina D?
«Più che una vitamina è un ormone che serve a renderci più forti e a farci stare in salute. Per capire questo concetto, basti pensare alla sua ben nota funzione contro l’osteoporosi, per rendere più compatte le nostre ossa. Bassi livelli di vitamina D determinano una sorta di indebolimento dell’organismo nella risposta all’infiammazione. Per quello che ci interessa qui, la vitamina D ha una potente azione anti-infiammatoria, ma questa si esplica meglio al di sopra della soglia di 75 nmol/L e in presenza di vitamina A (aspetti che attualmente sono trascurati). Per questi motivi, a mio avviso, è preferibile che la vitamina D venga fornita come integratore alimentare, anche in alte dosi, fino a che non si arrivi ai livelli ottimali».

 

Cosa c’entra la flora batterica nella SM?
«La microflora batterica (o microbiota) intestinale è determinata da un complesso di microrganismi, la cui composizione è originale e unica per ciascuno di noi. Tra questi microrganismi ci sono, diciamo, batteri ‘buoni’ e batteri ‘cattivi’. Quelli buoni hanno un’azione sinergica, ci aiutano nel nostro metabolismo e contrastano l’infiammazione; mentre i batteri cattivi possono portare all’infiammazione della mucosa intestinale e all’aumento della permeabilità intestinale, che poi si può tradurre in un’infiammazione sistemica. Attraverso la dieta possiamo variare la composizione della nostra microflora batterica, letteralmente dando da ‘mangiare’ ai batteri buoni, che si nutrono delle fibre alimentari, per noi indigeribili; o ai batteri ‘tossici’ che sanno smaltire i prodotti derivanti da un’alimentazione ipercalorica ricca di grassi animali, carni rosse, fritture, sale e bevande zuccherate, ma che portano alla riduzione della biodiversità microbica intestinale, all’infiammazione intestinale e sistemica e alle malattie infiammatorie croniche».

 

In generale, che dieta è consigliabile secondo le ricerche condotte da lei o da altri esperti?
«I miei consigli per la dieta sono semplificabili dicendo che bisogna abituarsi a mangiare poco e spesso, variando il più possibile la dieta. È dimostrato che la restrizione calorica fa bene: contrasta l’infiammazione e consente di vivere più a lungo. Gli alimenti da preferire sono la verdura, la frutta, e il pesce e affini. È bene assumere spesso prebiotici e probiotici, cioè fibre e yogurt magro. Consiglio mezze porzioni di pasta, meglio se integrale, da alternare con le patate o con cereali senza glutine (ad esempio il riso), senza condimenti elaborati ma con pomodoro fresco o con varie verdure o legumi. Limitare latticini, formaggi grassi, uova. Evitare i grassi animali come burro e lardo e limitare l’uso di olio di semi di girasole e olio di palma e preferire invece l’olio extravergine di oliva, possibilmente crudo. È opportuno bere acqua, tè, caffè ed evitare o limitare il sale, le bevande zuccherate e l’alcool».

 

Alla base di queste proposte ci sono i suoi studi sulle basi molecolari dell’alimentazione: in parole semplici di cosa si tratta?
«Il cibo non è solo calorie. Diversi componenti della dieta svolgono un’azione biologica sul metabolismo delle nostre cellule e sulla composizione della nostra microflora intestinale. L’azione sul metabolismo si esplica attraverso enzimi, recettori nucleari e fattori di trascrizione presenti nelle cellule, che sono in grado di segnalare a livello del nostro DNA cosa si deve fare, se per esempio si debba orientare il metabolismo della cellula verso la degradazione delle molecole alimentari o verso le biosintesi e l’infiammazione. Per quanto riguarda la microflora intestinale ho già detto. Ecco, oggi non ci si limita a dire: ‘mangia questo che è sano, questo fa bene, questo fa male’; siamo in grado di spiegare a livello cellulare e molecolare i meccanismi con cui alcuni fattori della dieta sono pro-infiammatori e altri antiinfiammatori».

 

Perché, dal punto di vista scientifico, insiste così tanto sul fatto che per una persona con SM sia consigliabile adottare un’alimentazione di tipo anti-infiammatorio?
«Questo aspetto è importante soprattutto nella SM primaria-progressiva per la quale non esistono a oggi terapie specifiche, ma che ha anch’essa una natura infiammatoria come la forma con ricadute e remissioni. La dieta e gli integratori alimentari con proprietà anti-infiammatorie, sia a livello del metabolismo che sulla microflora intestinale, sono a mio avviso un mezzo efficace per contrastare l’infiammazione tanto nella forma a ricadute e remissioni quanto, e soprattutto, nella SM primaria-progressiva».

 

Mi perdoni, professore, il cibo va nella pancia, l’infiammazione tipica della SM riguarda il sistema nervoso: che collegamento c’è?
«In caso di disbiosi e infiammazione intestinale si ha l’aumento delle cellule T infiammatorie, in particolare Th1 e Th17, e la riduzione delle cellule immunosoppressive, note come cellule T regolatorie (Treg). Il rapporto Treg/Th17 diminuisce. Queste alterazioni non sono legate solo a malattie infiammatorie croniche intestinali. Una barriera intestinale danneggiata è permeabile e permette a cellule e molecole pro-infiammatorie di diffondere e arrivare alla barriera ematoencefalica. Cellule T specifiche della SM possono danneggiare la barriera emato-encefalica e indurre processi neuroinfiammatori focali. Questi aspetti sono ovviamente molto interessanti e sono presi in considerazione da studi molto recenti condotti negli ultimi quattro anni. Per questo motivo il simposio australiano da me condotto ha previsto la partecipazione di studiosi come il Prof. Wekerle, che cercano di comprendere il ruolo del microbiota intestinale nella SM».

 

Più in concreto, la ricerca ha studiato se esista un’interazione tra la dieta, i suoi componenti nutritivi e la risposta delle persone con SM ai trattamenti farmacologici che vengono assunti per fermare l’attività infiammatoria della SM?
«Attualmente non ci sono Linee Guida riconosciute che indichino come una certa dieta favorisca oppure ostacoli l’efficacia dei farmaci in generale e di quelli per la SM in particolare. Dunque un medico e un neurologo si possono domandare se consigliando di adottare una dieta antiinfiammatoria si possano poi avere ripercussioni sull’azione del farmaco prescritto per la SM. E, in effetti, nessuno attualmente sa rispondere nel dettaglio a questa domanda. E, allora, come ci orientiamo? A mio avviso, se si consiglia una dieta anti- infiammatoria e insieme si prescrive un farmaco immunomodulante o immunosoppressore non solo non si causano problemi ma, anzi, si rafforza l’azione del farmaco. Un intestino in ordine, in condizione di ‘eubiosi’ per una dieta corretta, in alcuni casi consente al farmaco di essere assorbito e quindi di agire meglio e più a lungo. Inoltre alcuni fattori della dieta, agendo su alcuni enzimi, possono prolungare l’azione del farmaco e, infine a causa della loro natura anti-infiammatoria possono certamente coadiuvare l’azione del farmaco, con meccanismi diversi, senza interferire. In conclusione favorire il benessere della persona con SM con una dieta anti-infiammatoria significa favorire fra l’altro l’effetto del farmaco e rendere più accettabile la terapia».

 

Testo di Giuseppe Gazzola

 

L'intervista al Prof. Riccio è stata pubblicata sul primo numero del bimestrale d'informazione di AISM, SM Italia del 2016.

 

Nella foto: il Prof. Paolo Riccio

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