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Disabilità in TV: a caccia di identità

16/09/2015

Emarginati, emarginati oppure sovradimensionati. Manca il racconto di vita quotidiana. Parlano Carlo Freccero e Giovanna Cosenza. E l'AISM dice: "RAI, serve più coraggio". L'inchiesta di SM Italia 4/2015

Sm Italia 4/2015

 

Franco Bomprezzi non era uno che amava dare consigli, ma se doveva parlare di disabili in tv aveva le idee chiare: si deve considerare nell’informazione la persona con disabilità non come mezzo ma come fine; si deve trattare la situazione di disabilità come condizione ‘normale’ che può capitare a tutti nel corso dell’esistenza; devono essere eliminate dal linguaggio giornalistico (e radiotelevisivo) locuzioni stereotipate, luoghi comuni, affermazioni pietistiche, generalizzazioni e banalizzazioni.

 

Il decalogo di Bomprezzi, che alla tv e ai suoi magri palinsesti in tema di disabilità si era già dedicato sin dagli anni Novanta, continua poi con altri suggerimenti. Ma la sintesi è una sola: c’è poca disabilità in tv, e quando c’è le storie sono raccontate male, spesso l’aggancio è pietistico e scade nella cosiddetta ‘tv del dolore’, inutile se non dannosa. In sostanza, un mezzo disastro. Poi gli anni sono passati, e così anche Mamma Rai, che negli anni Sessanta tanto aveva fatto per quella televisione pedagogica che avrebbe poi contribuito a unire il Paese, F ha fatto qualche passo avanti. Non tanto nell’informazione giornalistica (ne tantomeno dando spazio a giornalisti disabili, che si contano ancora oggi sempre sulle dita di una mano) ma almeno sulla fiction si è mossa e ha raccolto ascolti, successi. E tanto consenso. Così la serie, ripresa da un format spagnolo che si chiama Polseres vermelles, in Italia è Braccialetti rossi, ha fatto record di ascolti, mentre la docufiction Hotel 6 stelle è tornata in Rai anche la passata stagione televisiva, dopo aver commosso e fatto sorridere milioni di telespettatori: tanto più che la trasmissione, prodotta da Magnolia, non si limitava a mandare in onda le storie di ragazzi down alle prese con fornelli e letti da rifare, ma cercava soprattutto di promuovere, e con successo – grazie alle storie positive che raccontava l’inserimento lavorativo delle persone disabili.

 

Certo, abbiamo parlato di fiction. Perché se andiamo a vedere l’informazione generalista, già le cose cambiano, eccome. Secondo una ricerca pubblicata dal Censis in collaborazione con il Garante delle comunicazioni e promossa dal Segretariato sociale della Rai, la televisione in tema di disabilità «ha ormai un atteggiamento consapevole e serio, ma mostra timidezze e pudori». Siamo nel 2003 e, sebbene in questi dodici anni qualche passo avanti sia stato fatto, l’aria che si respirava allora non è molto diversa da oggi. La sintesi è implacabile: la persona disabile in tv, quando c’è, è prevalentemente maschio, adulto e con un handicap motorio. Dunque nessuna donna, tanto per cominciare (perché è impossibile presentare in televisione un’immagine femminile imperfetta) mentre l’anziano in televisione deve essere un anziano felice, consumatore e giovane ad ogni costo. Ergo, l’anziano disabile non è presentabile.

 

L'inchiesta "Disabili in TV, a caccia di identità" è stata pubblicata su SM Italia 4/2015, con interventi di Carlo Freccero e Giovanna Cosenza. Leggi il testo completo sfogliando la rivista o scaricandola in versione pdf dal link qui sotto.

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SM Italia 4/2015

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