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AISM

Sclerosi multipla: focus sui fattori di rischio ambientali

Carenza di vitamina D, fumo e infezioni, in particolare da virus di Epstein Barr (EBV, responsabile della mononucleosi infettiva): sono tre dei più noti e indagati fattori ambientali associati all'insorgenza della sclerosi multipla. Ma ci sono anche altri studi in corso

05/06/2019
fattori di rischio sclerosi multipla

 

Carenza di vitamina D, fumo di sigaretta e infezioni, in particolare da virus di Epstein Barr (EBV, responsabile della mononucleosi infettiva): sono tre dei più noti e indagati fattori ambientali associati all'insorgenza della sclerosi multipla. Si è osservato anche un possibile ruolo dell'obesità pediatrica e si stanno conducendo studi sulla cosiddetta 'ipotesi igienica', secondo cui cambiamenti ambientali repentini e drastici – come l'eradicazione della malaria e di altre malattie, l'introduzione degli antibiotici e così via – potrebbero contribuire all'aumento dell'incidenza delle malattie autoimmuni, tra cui la sclerosi multipla. Nessuno di tali fattori ha un peso determinante: presi singolarmente sembrano aumentare solo in modo minimale la probabilità di ammalarsi, ma nell'insieme – e in combinazione con la predisposizione genetica – possono incidere in modo significativo.

 

«Sappiamo che la sclerosi multipla è una malattia multifattoriale. Non esiste una sola causa: sia dal punto di vista ambientale sia genetico, quindi, non possiamo parlare di fattori causali, ma solo di fattori predisponenti”, spiega Eleonora Cocco, Professore Associato e Responsabile del Centro Sclerosi Multipla dell'Asl di Cagliari. «In questo complesso puzzle, i fattori ambientali sono sicuramente importanti, ma possono avere un peso diverso a seconda del 'carico genetico' di una popolazione e dei singoli individui – per esempio su persone con o senza altre malattie autoimmuni, che hanno o meno la familiarità per la SM – e anche a seconda del momento della vita in cui intervengono».

 

La sclerosi multtipla e il batterio della paratubercolosi

Il gruppo di Cocco è da tempo impegnato nello studio della geo-epidemiologia della sclerosi multipla in Sardegna, con lo scopo di raccogliere nuove informazioni sul ruolo dei fattori ambientali. All'interno dell'isola, nel contesto di una delle più alte prevalenze al mondo, vi sono degli hot spot: dei 'punti caldi' in cui la prevalenza della malattia è più alta, a fronte di caratteristiche genetiche sostanzialmente omogenee nella popolazione. I risultati dell'analisi, presentati al Congresso Scientifico annuale FISM, confermano alcune delle correlazioni già note, ma non solo. Una parte della ricerca si è concentrata sulla zona del Sulcis-Iglesiente: «Nell'arco di una decina di anni – racconta la ricercatrice – in questa area mineraria vi è stato un aumento della prevalenza della sclerosi multipla: si è passati da 210 casi su 100 mila abitanti nel 2007 a più di 300 casi su 100 mila abitanti nel 2017. Abbiamo lavorato con un gruppo di geologi dell’Università di Cagliari e di statistici dell’Università di Pavia per capire se il territorio abbia caratteristiche particolari, e soprattutto per sviluppare un modello di studio da applicare anche in altre zone. Nel contesto della ricerca è emersa, tra le altre cose, una correlazione con il batterio responsabile della paraturbecolosi nelle mucche, il Mycobacterium avium subsp. paratuberculosis (MAP)». Questo agente infettivo – che può essere trasmesso attraverso il latte e che non provoca patologie nell'essere umano – è stato già correlato alla malattia di Crohn e al diabete mellito, e recentemente, in collaborazione con i microbiologi dell’Università di Sassari, si è evidenziato un suo possibile ruolo nella sclerosi multipla: “Siamo andati a studiare i meccanismi che potrebbero essere alla base di questa correlazione. Abbiamo osservato, per esempio, che sulla superficie del batterio vi sono componenti simili a parti della mielina. L'ipotesi è che, in una quota dei sardi, possa essere uno degli agenti predisponenti.

 

La sclerosi multipla e il virus di Epstein Barr

Se la ricerca sul ruolo del batterio della paratubercolosi è appena all'inizio, quella sul virus di Epstein-Barr (associato anche allo sviluppo di diversi tumori) continua da oltre 40 anni ad accumulare evidenze. «Ci sono ricerche di epidemiologia, confermate nel tempo, che indicano che la mononucleosi infettiva causata da EBV è un fattore di rischio per la sclerosi multipla, e che il virus si ritrova in tutte le persone con SM, contro circa il 95% della popolazione generale», spiega Francesca Aloisi, ricercatrice presso il Dipartimento di Neuroscienze dell'Istituto Superiore di Sanità: «Soprattutto, le persone con sclerosi multipla hanno una risposta immunitaria alterata al virus, indice del fatto che qualcosa è andato storto nel controllo dell'agente infettivo». Non solo: dal 2007 sappiamo che il virus infetta i linfociti B, che formano delle strutture simili a piccoli linfonodi nelle meningi – cioè nel sistema nervoso – delle persone con SM. «Proprio la scoperta di piccoli linfonodi ‘fuori posto’ formati da linfociti B’ – continua Aloisi – ha contribuito a rafforzare il razionale per la messa a punto di un farmaco, ocrelizumab, che è diretto contro questa popolazione di linfociti e che si è dimostrato in grado di ridurre i sintomi della malattia. Sono tutte evidenze indirette del legame tra infezione da EBV e SM, ma forti: numerosi, piccoli tasselli che ci dicono che è importante continuare a percorrere questa strada».

 

Aloisi e i suoi collaboratori lavorano da più di 12 anni allo studio dei meccanismi con cui il virus può causare la neuroinfiammazione, una ricerca che continua tutt'oggi grazie al finanziamento di AISM e la sua Fondazione FISM: «Stiamo analizzando sia il sangue delle persone con SM che il tessuto cerebrale di donatori deceduti. Pensiamo che la neuroinfiammazione non sia dovuta al virus in sé, ma alla risposta immunitaria diretta contro il virus che, sostenendo l'infiammazione, inavvertitamente danneggia il tessuto nervoso circostante». I risultati a sostegno di questa ipotesi sono stati presentati da Barbara Serafini al Congresso Scientifico annuale FISM 2019. Altri studi, a livello internazionale, stanno cercando di capire se sia possibile agire sul virus per modificare la storia della malattia. In Australia, per esempio, si studia la possibilità di utilizzare l'immunoterapia per tenere sotto controllo l’infezione, ma si tratta ancora di studi di fase I. Un'altra area calda della ricerca su EBV è lo sviluppo di un vaccino. «EBV è abile, ha un genoma molto grande, composto da circa 100 geni, ed è abituato a convivere con l'ospite mettendo in atto tante strategie per eludere la sorveglianza del sistema immunitario», conclude Aloisi, “Ma la cosa importante è che di questo virus sappiamo molto e abbiamo gli strumenti per esplorare e capire sempre meglio il suo legame con la SM».

 

Guarda lo Speciale Congresso FISM 2019