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AISM

Sclerosi multipla: la nuova frontiera della ricerca mette al centro la persona

09/06/2016

Come si fa a a capire il reale impatto degli interventi terapeutici? I patient centered outcome verso un trattamento sempre più personalizzato. L'intervista a Giampaolo Brichetto

Feyes e Brichetto
Nella foto: Peter Feyes (a sinistra) e Giampaolo Brichetto a Roma in occasione del Congresso FISM 2016

 

Come si fa a capire il reale impatto degli interventi terapeutici sulla vita delle persone con sclerosi multipla? Lo hanno spiegato a conclusione della prima Giornata del Congresso della Fondazione di AISM (Roma, 25 maggio) Peter Feys (Professore di Scienze della Riabilitazione e Fisioterapia, Università di Hasselt; Presidente RIMS – Rehabilitation in Multiple Sclerosis) e Giampaolo Brichetto (medico fisiatra, Coordinatore della Ricerca in Riabilitazione della Fondazione di AISM), presentando una nuova frontiera della ricerca scientifica sulla SM: «per capire – spiega Brichetto, che abbiamo intervistato – come i diversi interventi terapeutici impattano e cambiano concretamente la vita delle persone, in tutti i suoi aspetti, la ricerca sta cercando di individuare quali siano le ‘misure di esito’ dei trattamenti, validate e centrante sul paziente’. In inglese sono i ‘patient centered outcome’, che possono essere classificati in due categorie, i “patient reported outcomes”, costituiti da misure riportate direttamente dal paziente ed i ‘clinician reported outcome’, sempre centrati sul paziente ma riportati dal clinico che lo segue».

 

Come si costruiscono concretamente questi outcome?
«In genere sono misure che fornisce il paziente stesso rispondendo a una serie di questionari con domande già prestabilite che indagano i diversi aspetti della malattia, come quello motorio, cognitivo, funzionale; la destrezza manuale, fondamentale per l’inserimento lavorativo; la funzionalità vescicale; la capacità di muoversi in ambienti esterni e di svolgere le attività della vita quotidiana. Insomma, questi questionari coprono i diversi aspetti della vita e dei comportamenti di una persona con SM, dal suo stesso punto di vista. E danno una fotografia di come sta andando la malattia. Una fotografia che è diversa, complementare e, per certi versi, molto più ampia del numero di lesioni attive osservabili con la risonanza magnetica o di un numero che indica il livello di disabilità acquisita. Inoltre, si utilizzano questionari compilati dal clinico, fisioterapista, terapista occupazionale, o dal ricercatore: chiedono informazioni al paziente o le ricavano tramite test particolari, finalizzati per esempio ad evidenziare la presenza eventuale di disturbi cognitivi (cioè di memoria, attenzione, concentrazione)».

 

Puoi fare l’esempio di una ricerca in corso sulla definizione di questi outcome centrati sul paziente?
«Uno degli ultimi percorsi della ricerca in questo ambito riguarda quello che si chiama il ‘dual tasking’, la capacità di fare due cose contemporaneamente. È una modalità che tutti utilizziamo normalmente in ambiente lavorativo, quando scriviamo al pc e contemporaneamente dobbiamo dare ascolto ai colleghi che lavorano nella stessa stanza. Nella SM lo svolgimento di questi compiti contemporanei è in genere più difficoltoso. Il RIMS ha finanziato un progetto di ricerca in questo ambito, cui partecipa la Fondazione di AISM con il Centro riabilitativo di Genova insieme al Centro riabilitativo di Päivi Hämäläinen (Finlandia) e il Centro di Peter Feys, che è ad Asselt in Belgio. In questo progetto, che è ancora nella fase preliminare di sottomissione al comitato etico, si studierà il dual tasking per capire come misurarlo nella persone con SM».

 

AISM è l’Associazione delle persone con SM, che sono al centro di ogni progetto e iniziativa. L’Associazione finanzia anche progetti di ricerca per identificare questi outcome centrati sulla persona?
«Certamente. Da qualche anno stiamo portando avanti il progetto PromoPro-MS, che prevede la raccolta di patient centered outcomes con l’obiettivo di indagare la SM a 360 gradi. Partito a gennaio 2014, acquisisce - attraverso diversi questionari compilati dalla persona e dal clinico - una serie di valutazioni centrate sulle persone seguite dai Centri riabilitazione AISM di Genova, Padova e Vicenza, sia a livello ambulatoriale che domiciliare. Vengono somministrate circa 13-14 scale, validate dalla letteratura scientifica per un totale di circa 170 domande. Questi outcomes vengono raccolti ogni 4 mesi: siamo arrivati a circa 1500 soggetti circa che partecipano in modo continuativo costituendo uno dei database più imponenti in Europa».

 

PromoProMS ha già prodotto anche pubblicazioni scientifiche?
«Ad agosto abbiamo pubblicato un lavoro basato su alcuni dati preliminari [1]. Per questa pubblicazione, in collaborazione con l’Università di Genova, Dipartimento DIBRIS (Informatica, Bioingegneria, Robotica, Ingegneria dei Sistemi), specializzato nell’utilizzo della statistica avanzata con tecniche di machine learning, abbiamo individuato quali item/domande della nostra batteria di test ci permettono, senza usare esami strumentali come la risonanza magnetica, di identificare in un gruppo di circa 500 persone da noi seguite quali persone hanno una forma progressiva e quali una forma a ricadute e remissioni».

 

Che vantaggi potranno avere le persone da questo tipo di banche dati?
«Con gli stessi dati che stiamo raccogliendo, sempre grazie alla Fondazione di AISM, intendiamo svolgere un altro studio statistico per verificare se i dati disponibili nel nostro ‘database’ possono avere anche la capacità di predire come la malattia andrà in futuro, definendo qual è la probabilità che una persona ha di passare dalla fase a ricadute a quella progressiva. Questo risultato avrebbe un’implicazione clinica molto importante. Infatti, essere in grado di stabilire se due persone con età, sintomi ed esami clinici assimilabili potrebbero invece nell’anno successivo sviluppare un diverso decorso vorrebbe dire essere in grado di personalizzare gli interventi terapeutici e riabilitativi prima che una persona sviluppi una forma progressiva di SM».

 

A livello della ricerca internazionale ci sono percorsi analoghi che confermino la bontà di questo approccio?
«Certamente. Un approccio simile, per esempio, è utilizzato da MSOAC, Multiple Sclerosis Outcome Assestment Consortium. È un Consorzio americano, impegnato nell’implementazione di una scala multidimensionale già usata nella SM, la Multiple Sclerosis Functional Composite, MSFC. Nella stessa direzione lavora PCORI (Patient Centered Outcome Research Institute), una Fondazione USA a partecipazione privata e pubblica, fondata a seguito della riforma della sanità introdotta da Obama: sta finanziando con ingenti capitali la ricerca sui patient centered outcome in tutte le patologie. Peter Feys, infine, coordina l’iniziativa della “MS Rehabilitation Repository”, una piattaforma di condivisione dei dati centrati sul paziente relativi a riabilitazione e mobilità. Questa iniziativa, a sua volta, ha in corso un progetto di ricerca per la selezione delle misure centrate sulla persona con SM maggiormente efficaci per individuare l’andamento di malattia e l’efficacia dei trattamenti riabilitativi».

 


[1] Conf Proc IEEE Eng Med Biol Soc. 2015 Aug;2015:4443-6. doi: 10.1109/EMBC.2015.7319381. Fiorini S, Verri A, Tacchino A, Ponzio M, Brichetto G, Barla A. A machine learning pipeline for multiple sclerosis course detection from clinical scales and patient reported outcomes. Conf Proc IEEE Eng Med Biol Soc. 2015 Aug;2015:4443-6.