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Sclerosi multipla: una possibile strada terapeutica per le forme più aggressive

20/06/2016

Pubblicato su Lancet, e finanziato dalla nostra consorella canadese, uno studio sul trattamento che ricostruisce un nuovo sistema immunitario. “Come sappiamo, il trapianto autologo è efficace, anche se non privo di rischi, - dichiara il Prof. Mancardi – e viene confermato che è una possibile soluzione per le forme più aggressive e maligne di SM a ricadute e remissioni che non rispondono ad alcun trattamento tradizionale”.

 

In questi giorni molti media italiani hanno comunicato i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Lancet, finanziato dalla Multiple Sclerosis Scientific Research Foundation del Canada, che ha riportato le cellule staminali al centro dell’attenzione del mondo della sclerosi multipla.

 

I ricercatori hanno adottato una metodologia che elimina il sistema immunitario - mal funzionante nella SM - attraverso una vera e propria chemioterapia, per poi ricostituirne uno nuovo attraverso il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche. Come dimostrano i risultati di diversi studi sinora pubblicati parliamo di un trattamento che ha un’efficacia, ma anche rischi. Viene infatti somministrato a persone per le quali ogni altra terapia tradizionale sia stata fallimentare, persone con una forma di SM molto aggressiva, che porta peggioramenti violenti in poco tempo.

 

Il Prof. Gianluigi Mancardi - Direttore del Dipartimento di Neuroscienze, riabilitazione, oftalmologia, genetica e scienze materno-infantili (DINOGMI) dell’Università di Genova, ha un ruolo di primordine nel coordinamento degli studi europei in questo campo e i suoi studi, nell’ultimo decennio, sono stati sostenuti anche dalla Fondazione di AISM. Ci ha aiutato a capire meglio la portata della ricerca canadese.

 

«I ricercatori canadesi – afferma - hanno trattato 24 persone con SM a ricadute e remissioni con un protocollo messo a punto dodici anni fa, che utilizza un regime di immunosoppressione particolarmente forte, ad alta intensità, rispetto ai regimi di immunosoppressione a media intensità, che abbiamo utilizzato negli studi italiani e che viene seguito generalmente in tutti i Centri europei e anche negli Stati Uniti. I risultati sono in linea con le ricerche già effettuate: circa il 70% dei pazienti trapiantati è stabile negli anni o è migliorato. I pazienti trattati non hanno avuto ricadute e non hanno evidenziato attività di malattia in risonanza magnetica per un lungo periodo di tempo. Parliamo di una media di quasi 7 anni. Il 35% dei pazienti trattati ha evidenziato un miglioramento della disabilità misurata con scala EDSS. Ciò indica, come si sa dall’esperienza di ricerca svolta sui modelli animali di malattia, che maggiore è l’intensità del regime utilizzato e migliori sono gli effetti sulla immunosoppressione, ma più alti sono anche i rischi».

 

Come funziona questo metodo? «Inizialmente viene effettuato un trattamento con cilofosfamide ad alto dosaggio (un potente farmaco ad attività immunosoppressiva) che determina la fuoriuscita dal midollo osseo di cellule ematopoietche staminali CD34 positive (cioe’ di cellule del sangue “nuove” riconoscibili perché hanno sulla loro superficie il marker CD34). Tali cellule vengono raccolte mediante un meccanismo di filtrazione tipo plasmaferesi. Poiché con tale raccolta vengono prese non solo cellule ematopoietiche staminali CD34 positive ma anche in parte linfociti potenzialmente autoreattivi e aggressivi, questi ultimi possono essere eliminati da una selezione ulteriore effettuata in vitro, come hanno appunto fatto gli studiosi canadesi. In seguito il paziente viene trattato con potenti farmaci immunosoppressori seguiti dalla infusione delle cellule staminali ematopoitche precedentemente raccolte, che dopo circa 10 giorni attecchiscono nel midollo e formano nuovamente globuli rossi, globuli bianchi, piastrine e un nuovo sistema immune. Dopo l’infusione viene somminitsratio anche un siero antilinfocitario per eliminare i linfociti T dannosi per il sistema nervoso».

 

Tuttavia i rischi di questa opzione terapeutica non sono trascurabili: «un rischio di mortalità è sempre presente nel trapianto autologo, qualsiasi regime di soppressione si utilizzi. Nel caso dello studio canadese su 24 pazienti trattati si è verificato un decesso, a causa delle conseguenze successive al trapianto. Per questo  motivo si utilizza questo tipo di trattamento solo per le forme più aggressive, quando tutti i trattamenti tradizionali sono falliti e la persona rischia di arrivare in pochissimo tempo a una gravissima disabilità».

 

In Europa i trapianti di cellule staminali ematopoietiche autologhe in persone con SM hanno raggiunto quota 600, e altri 300 trapianti sono stati eseguiti negli USA. Il Centro Trapianti di Midollo Osseo dell'Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi (Firenze), insieme al Centro di Genova del San Martino, sono quelli che hanno effettuato il maggior numero (oltre 90) tra tutti i centri europei. «Ma non c’è nessun viaggio della speranza da fare. Il trattamento può essere effettuato solo in Centri altamente selezionati a cura di una équipe interdisciplinare di neurologi ed ematologi», specifica ancora Mancardi.

 

 

La ricerca della Fondazione di AISM
Lo scorso anno un gruppo di ricercatori coordinato dal Prof. Gianluigi Mancardi ha pubblicato il primo studio di fase II che ha confrontato l’efficacia del trapianto autologo rispetto a una terapia tradizionale per la sclerosi multipla, il mitoxantrone[2]. La ricerca, finanziata dalla Fondazione di AISM e pubblicata dalla rivista Neurology, ha dimostrato che il trapianto autologo è di granlunga più efficace della terapia immunosoppressiva tradizionale nel controllare l’attività della malattia in Risonanza Magnetica Nucleare (RMN). Recentemente la Prof.ssa Maria Pia Sormani, in collaborazione con i Prof. Paolo Muraro, il Prof. Riccardo Saccardi e Gianluigi Mancardi hanno pubblicato su Multiple Sclerosis [3], i dati su una meta-analisi della efficacia del trapianto autologo ripetto alle terapie “tradizionali”. In particolare la percentuale di pazienti con SM a ricadute e remissioni che dopo due anni di terapia con terapie tradizionali e approvate ha mantenuto lo stato definito come “NEDA”, ossia una situazione in cui non si ha evidenza di attività di malattia (né progressione della disabilità, né ricadute né attività alla RMN) , varia tra il 13% e il 46%. La terapia immunoablativa seguita da trapianto di cellule staminali ematopoietiche autologhe (AHSCT) ha dimostrato la possibilità di mantenere una percentuale più alta di persone con NEDA (78-83% a 2 anni, 60-68% a 5 anni). «Esito ancora più rilevante se si considera che i pazienti con SM che hanno subito il trattamento sono molto più attivi rispetto alle persone solitamente arruolate negli studi clinici», dice il Prof Mancardi.

 
Riferimenti
[1] Immunoablation and autologous haemopoietic stem-cell transplantation for aggressive multiple sclerosis: a multicenter single-group phase 2 trial.
Atkins HL, Bowman M, Allan D, Anstee G, Arnold DL , Bar-Or A, Bence-Bruckler I, Birch P, Bredeson C, Chen J, Fergusson D, Halpenny M, Hamelin L, Huebsch L , Hutton B, Laneuville P, Lapierre Y, Lee H, Martin L, McDiarmid S, O'Connor P, Ramsay T, Sabloff M, Walker L, Freedman MS .

Lancet. 2016 Jun 8. pii: S0140-6736(16)30169-6.

 

[2] Autologous hematopoietic stem cell transplantation in multiple sclerosis: a phase II trial.
Mancardi GL, Sormani MP, Gualandi F, et al.
Neurology. 2015;84:981–988.
 

 

[3] NEDA status in highly active MS can be more easily obtained with autologous hematopoietic stem cell transplantation than other drugs.
Sormani MP, Muraro PA, Saccardi R, Mancardi G.
Mult Scler. 2016 Apr 26. pii: 1352458516645670

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